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Aprile - PRIMA PERSONA-TEMPO PASSATO


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vincenzo.vizzini



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MessaggioInviato: Gio 15 Apr 2010 15:53    Oggetto: Aprile - PRIMA PERSONA-TEMPO PASSATO Cita

Bene o male sono di nuovo qui

per proporvi l'ultima tappa di questo esercizio di stile che sembrava semplice, e che vi ha permesso di provare sulla vostra pelle quanto la scelta della voce narrante possa influire sul ritmo e sul taglio che si vuole dare alla narrazione.

A differenza dell'esercizio di marzo, usare il tempo presente con la prima persona dà la sensazione del narratore che ricorda e questo implica che i sentimenti non sono più immediati, ma ponderati e rivisti alla luce dell'esperienza, di quanto può essere accaduto dopo e non poteva essere capito o apprezzato nell'immediato.

Solite regole:
2000 battute per raccontare la stessa storia, o meglio quella che sembrava la stessa storia e invece
V. Cool
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Vincenzo Vizzini
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paolino66



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MessaggioInviato: Gio 15 Apr 2010 16:29    Oggetto: Re: Aprile - PRIMA PERSONA-TEMPO PASSATO Cita

vincenzo.vizzini ha scritto:
[...]
A differenza dell'esercizio di marzo, usare il tempo presente


Il tempo PASSATO, volevi dire?

Paolo
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Carlo Vicenzi



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MessaggioInviato: Mar 20 Apr 2010 10:39    Oggetto: Cita

Vedi messaggio sottostante. Il tentativo precedente viene autocensurato per pubblica vergogna. Very Happy
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Ultima modifica di Carlo Vicenzi il Mar 20 Apr 2010 18:25, modificato 1 volta in totale
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Carlo Vicenzi



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MessaggioInviato: Mar 20 Apr 2010 18:24    Oggetto: Cita

Angelo (1873 battute) tentativo numero 2 Very Happy


“Parlami di Haiti, Giorgio. Siamo alla nostra quarta seduta, e continuare a evitare l'argomento non servirà a nulla.”
“D…Devo proprio?”
“Possiamo restare qui in silenzio, ma non ti farà sentire meglio."
“E va bene. Tanto non posso strapparmi quei momenti dagli occhi comunque. è tutto così nitido da far schifo: ricordo ogni goccia di sangue, ogni vena che ho riparato e che non ho potuto riparare. Mi sveglio ancora alle tre del mattino credendo di sentire il fischio dell'E.C.G."
“Continua.”
“Ogni viso è rimasto piantato nel mio cervello come un chiodo arrugginito. Dio... Io non...”
“Vuoi interrompere?”
“No, no. È solo che ricordo quando ho cominciato a stare male: in quelle tende piene di carne morente, mi sentivo come se i vermi mi mangiassero il petto. A metà di un ennesimo intervento senza speranza sono dovuto correre fuori. La mascherina mi soffocava, non potevo guardare un altra persona finire a ingrassare la terra."
“Come ti sei sentito dopo?”
“Come mi sono sentito? Come uno che cerca di fermare un treno con la fronte. Stavo in sala operatoria per ore, ed erano più gli arti amputati di quelli da salvare. Mentre fuori, in troppi morivano in aspettando un dottore."
“E' stato questo che ti ha...”
“… Fatto scattare? Sa, dottore, una sera, ho fatto una passeggiata fra i lettini, e qualcosa ha cominciato a strisciarmi nelle budella.”
“Cosa?”
“Ci sono arrivato solo il giorno dopo, quando mi hanno portato un ragazzo con le ossa che uscivano dalla pelle delle gambe come un sacco di germogli gialli. Pensavo fosse svenuto, ma invece mi guardava negli occhi. Lo sogno ancora, quello sguardo. Lì ho capito. Ho preso una fiala di morfina, e ho fatto quello che mi ha chiesto."
“Cosa hai capito?”
“Ho capito che il cielo è abbastanza distante da non sentire, anche se è una nazione intera che urla. Allora ci vuole qualcuno di più vicino, che abbia la pietà che lassù manca.”
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Gio 22 Apr 2010 17:41    Oggetto: Cita

Design Dieu inconnu [1932 caratteri]

Dio, perché un terremoto a Haiti? Perché non ti sei accanito sulla ricca Manhattan?
Domande senza risposta che si rincorrevano in un loop vizioso. Al diavolo il distacco professionale: a Port-au-prince s’era fottuto un’altra volta nell’immedesimazione del dolore altrui. Forse, Dio è morto e il caos, la sfiga, piove sempre sul bagnato.
Le immagini mi affollavano la mente: cadaveri che spuntavano dalle macerie, palazzi e baracche costruite con cemento, legno e lamiere, crollati. Port-au-prince, capitale di una delle nazioni più povere del mondo: disintegrata. Port-au-prince, centro di governo di uno stato con servizi minimi cancellati ed epidemie da scongiurare. Impossibile? Forse, Dio risorge e si pente di quello che ha fatto.
Dispiegai il foglio su cui avevo schizzato la mappa dell’ospedale da campo, indicai ai volontari dove piantare le tende e stoccare le medicine. M’avvicinai ai tavoli dove distribuivano i sacchetti con un po’ di cibo e camminai lungo la fila dei sopravvissuti. In molti mi toccarono, chiedendomi speranza.
Notai due barellieri con una bambina in fin di vita. Scrutai in lontananza, oltre la pista d’atterraggio improvvisata, molto oltre il cargo, il campo dove raccoglievano i morti, ed entrai nella cosiddetta sala operatoria. Un’infermiera tolse dallo sterilizzatore alcuni bisturi. La donna non perse tempo e s’affrettò ad allacciarmi un camice.
Un cellulare squillò.
Seguii il trillo del telefono stretto nel palmo della bambina e d’istinto premetti il tasto verde.
─ Jean?
─ Jean n'est pas là.
─ Où est ma fille?
─ Y at-il un hôpital près de l'avion.
─ C'est très bien, je peux lui parler?
─ Pas maintenant, dans peu de temps…
Sentii le lacrime della madre scorrere attraverso la miracolosa comunicazione da Haiti al satellite e ritorno.
─ Viens ici, votre fille vous attend…
Mi sostituii a Dio, pregando che la speranza riposta nelle mie mani non morisse.
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Claudio Costa
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Laura Poletti



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MessaggioInviato: Sab 24 Apr 2010 11:30    Oggetto: Cita

(1824 caratteri)
- Allora, il lavoro come va?
Ero io che avevo invitato Carlo a uscire per una birra, era ovvio che si aspettasse di sentirmi parlare, non di guardarmi mentre sembravo aver trovato nel mio boccale qualcosa di così interessante da non poter staccare gli occhi. In realtà non avevo nessuna voglia di parlare, né di come andava il lavoro, né di come andava con la mia donna, né di come stavano i miei. Tanto meno avevo voglia di parlare di “quello”: va bene quello che dicono i sommi luminari della psicologia, ma io parlando non mi sono mai sentito meglio .
Non avevo nemmeno idea da dove cominciare: da tutto il sangue che avevo visto, dalla gente, che già doveva essere disgraziata prima, poi lo è diventata ancora di più, dalle macerie, perché io di case che stavano in piedi non ne ho vista nemmeno una. E sotto c'erano i corpi, giovani, vecchi, bambini, alla fine non ci facevo nemmeno più caso, se arrivavano vivi cercavo di fare in modo che lo rimanessero, quasi senza guardarli in faccia, altrimenti avrei dato di matto in una settimana.
Avrei potuto parlare dei miei compagni: alla fine, quando ci siamo salutati all'aeroporto, sembravamo dei reduci di guerra. Anche il dottorino, che era il più sconvolto, il suo lavoro l'aveva fatto bene: qualche volta l'avevo visto piangere, da solo, ma non mi ero fatto vedere, non mi andava di metterlo in imbarazzo. Però come dottore non era male e, pianti a parte, non ha avuto paura a sporcarsi le mani.
Avrei potuto fare ridere Carlo, raccontandogli di come mi ero ritrovato steso subito dopo aver messo i piedi per terra: peccato non mi abbiano filmato, avrei voluto vedere la mia faccia. Ma non avevo voglia di parlare, di nessuna di queste cose, e per fortuna, il mio amico l'aveva capito prima di me.
- Aspetta, mi prendo un'altra birra e poi ti racconto come è andato il derby.
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vincenzo.vizzini



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MessaggioInviato: Sab 24 Apr 2010 13:43    Oggetto: Re: Aprile - PRIMA PERSONA-TEMPO PASSATO Cita

vincenzo.vizzini ha scritto:


A differenza dell'esercizio di marzo, usare il tempo presente con la prima persona dà la sensazione del narratore...


Piccola correzione, intendevo "tempo passato" non presente.
Scusate la svista e buon lavoro.
V.
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Vincenzo Vizzini
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Missi



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MessaggioInviato: Mar 27 Apr 2010 14:45    Oggetto: Cita

Rientro forzato – caratteri 1835

Un mese. Un mese sono rimasto in quell’inferno a respirare il tanfo delle carni imputridite. E nessun riconoscimento per me e la mia equipe, tranne quello personale nostro. Quando siamo arrivati a Port au Prince eravamo in missione e mi sentivo un leone scaltro, coraggioso e determinato, nonostante lo scenario di guerra e di disperazione trovato. Gente che urlava sdraiata dappertutto in uno stato apparente di abbandono totale. In realtà i medici e gli aiuti sul posto - pochi per la verità - ce la mettevano tutta per salvare quei malcapitati, e la mancanza di medicinali e attrezzature, che chissà perché il governo rifiutava, rendeva vani molti dei loro tentativi. Per questo siamo partiti in gran segreto, con macchinari, utensili, viveri e farmaci. E ieri notte un altro incubo. Di nuovo ho sentito il caldo, la puzza terribile di chi era deceduto, del sangue e della mancanza di servizi igienici in un’immaginaria zaffata di vento e di nuovo ho incontrato lo sguardo attonito dei miei ragazzi. Come loro superiore era mio dovere prendere in mano la situazione e ho rischiato una sommossa. Ho sparato un colpo in aria e per fortuna è bastato. Non avevo scelta e ho agito senza pensare. Per questo mi hanno rispedito qui. Ingrate autorità. La cosa importante è che io sia riuscito a organizzare l’operazione prima di andarmene, trasformando quel capannone in un ospedale da campo. Con l’aiuto di tutti, certo. Più difficile è stato ottenere dei wc chimici. A pensarci, avremmo dovuto portare anche quelli. Anche se ormai la prima fase di emergenza si è conclusa, la mia equipe è rimasta laggiù a dare una mano. Ad ogni modo la mia presenza non era più necessaria e anche qui c’era bisogno di me. E’ strano, ma quando sono entrato nell’ospedale stamattina, l’odore acre dei medicinali e dei disinfettanti, sembrava quasi profumo.
Simonetta Brambilla
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paolino66



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MessaggioInviato: Sab 01 Mag 2010 18:41    Oggetto: Cita

Haiti (1.826 caratteri)

Durante il viaggio parlammo molto, specialmente sull'organizzazione dell'ospedale da campo, che sembrava fosse già operativo. Salvatore e Carlo erano medici di guerra consumati come me. Mi sentivo tranquillo e in grado di fronteggiare questa ennesima emergenza.
Le parole scemarono assieme alla quota dell'Hercules. Dai finestrini vedevamo una Port au Prince sempre più simile alle immagini televisive. Mentre la jeep ci conduceva in città non parlammo affatto. Nonostante la grande esperienza, Salvatore e Carlo avevano sguardi smarriti, che sfuggivano il mio. Mi aggrappai nervosamente alla sponda e mi guardai intorno, sballottato assieme ai bagagli. Avrei preferito una guerra alla presenza silenziosa di quell'odore di morte, che - lo sapevo bene - mi avrebbe accompagnato durante tutta la missione.
“Siamo arrivati” comunicò l'ufficiale di scorta. Sgranchii la mano: era tutta dolorante per la tensione della stretta. Scendemmo ed entrammo nella grande tenda, piena di feriti, di lamenti, di infermieri frenetici. Uno di questi ci accolse e ci aiutò a familiarizzare con l'ambiente. Guardandomi intorno, vidi un volto noto. “Philippe!” esclamai. “Chi?” chiese Salvatore. “Il ragazzo che è stato estratto vivo dopo quattro giorni. Era su tutti i canali.” Philippe, disteso su una branda vicino all'ingresso, rivolse lo sguardo verso di noi. Non riusciva a parlare e con gesti impercettibili del volto indicava davanti a sé. Mi accostai. “Comment ça va?” “...ambe...” sussurrò appena, e chiuse gli occhi. Mi accertai che respirasse e gettai uno sguardo sulla parte inferiore del corpo. “Ça va” dissi, e tornai dagli altri colleghi. Per un po' rimasi a testa bassa. – Cosa c'è, Walter? – mi chiese Carlo. “Forse non se ne rende ancora conto.” “Di che?” Senza rispondere, gli indicai il rilievo asimmetrico del lenzuolo.
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