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C Febbraio: TERZA PERSONA SINGOLARE


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Autore Messaggio
vincenzo.vizzini



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MessaggioInviato: Lun 01 Feb 2010 13:27    Oggetto: C Febbraio: TERZA PERSONA SINGOLARE Cita

Vedo che l'esercizio di gennaio ha prodotto molti frutti, ma adesso è venuto il momento di passare alla seconda parte di questa prova di stile
LA TERZA PERSONA
che non è il terzo incomodo in un triangolo, bensi un altro modo di raccontare una storia.
Cool
Bene, vediamo le regole da seguire questo mese:

Solite 2000 battute (circa è inutile ripeterlo, ma...)
Il tema? quello del mese scorso. Non dovrete far altro che prendere il vosto esercizio di gennaio e porlo in Terza Persona Singolare.

Chi non ha fatto l'esercizio di gennaio può farli entrambi.

Buon lavoro a tutti, intanto darò un'occhiata al mese scorso
V.
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Vincenzo Vizzini
vicedirettore Writers Magazine Italia
curatore della collana Delos Crime
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guccio



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MessaggioInviato: Lun 01 Feb 2010 16:01    Oggetto: Cita

Scusa, Vincenzo: quella di gennaio non era già una terza persona singolare (voce narrante)? Io vorrei recuperare e farli entrambi ma mi trovo spaesato.
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Anni fa mi bastava uno spicchio di formaggio Grana e duravo tutta la notte.
Adesso, temo proprio che abbiano cambiato ricetta.
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antolusci



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MessaggioInviato: Lun 01 Feb 2010 16:59    Oggetto: Cita

E' diverso dal narratore universale che racconta tutti i personaggi, mentre la terza persona ha solo il punto di vista di quel personaggio che si racconta appunto in terza persona. O no?
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Antonio Lusci
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guccio



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MessaggioInviato: Lun 01 Feb 2010 17:11    Oggetto: Cita

Vero. La terza persona narrante è UN personaggio e potrà narrare di sè o di ciò cui assiste, mentre il narratore è onniscente e può render noti i pensieri di tutti i personaggi e tutti gli avvenimenti (mentre la terza persona narrante non potrebbe raccontare di ciò a cui non ha assistito, salvo specificando che sta riferendo un qualcosa di cui ha saputo da altre fonti).
Va be'. Quindi TERZA PERSONA SINGOLARE e non voce narrante. Adesso mi è chiaro. Grazie.
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antolusci



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MessaggioInviato: Mar 02 Feb 2010 10:49    Oggetto: Cita

Figurati. Grazie a te che sei riuscito a capire la scrittura contorta del mio messaggio. Embarassed
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Antonio Lusci
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Missi



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MessaggioInviato: Gio 04 Feb 2010 11:36    Oggetto: Ci provo... Cita

Armageddon
20/01/2010. “Haiti: negato per ben tre volte l’atterraggio all’aeroporto di Port au Prince degli aerei cargo con kit medici salvavita. Curate finora 3000 vittime, ma sono ancora molto numerosi i pazienti che necessitano di cure e medicinali. Mancano macchinari per le operazioni chirurgiche più urgenti. Terribili testimonianze…”. Mirco non c’era quando le notizie del disastro vennero trasmesse al televisore. All’insaputa del mondo, lui, primo chirurgo dell’ospedale XXX di Milano, con la sua equipe di medici tutti italiani, era arrivato in un piccolo aereo militare durante la notte proprio in quell’aeroporto. Poi era salito con i suoi, su un grosso camion telato che li aveva portati fino a un enorme magazzino militare insieme ai medicinali e le attrezzature che avevano portato. Viaggiando al buio, Mirco non aveva potuto vedere le macerie e la distruzione. Ma quando scese dal camion uno scenario di guerra gli si presentò davanti. Intorno a lui c’era chi urlava di dolore e chi giaceva agonizzante, con lacerazioni gonfie e imputridite dalle infezioni. Osservò i più fortunati, sdraiati dappertutto sulla nuda terra, in attesa di medicazioni, fasciature e cibo, che non sarebbero arrivati altrimenti; medici e volontari che si arrangiavano come potevano. Sentì il caldo soffocante appesantire la puzza terribile di chi era deceduto, del sangue e della mancanza dei servizi igienici. Lui che era il più anziano dell’equipe, ordinò a due uomini di trasportare fuori i morti, e di creare un’area per le operazioni chirurgiche dove fece montare il macchinario per le amputazioni. “Stop alle seghe!” disse. “Portate qui tutti i feriti gravi”. Dal fondo sentì le proteste salire. Sorvegliò i meno gravi diventati minacciosi e nel subbuglio, d’impulso sparò. Si girò e vide che tutta l’equipe aveva istintivamente estratto la pistola, ma solo la sua, stretta nella sua mano fumava: ora, soltanto lui avrebbe preso le decisioni. Per qualche secondo ascoltò il silenzio e avvertì l’angoscioso senso di rassegnazione disciogliersi nelle anime scosse delle vittime. Si accorse che da solo, in un angolo, un bimbo piangeva la sua mamma morta. La sua voce si fece decisa e comprensiva al contempo: “Cercheremo di medicarvi tutti. Abbiate pietà per i più bisognosi.”
Simonetta Brambilla
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m_iller



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MessaggioInviato: Sab 06 Feb 2010 19:52    Oggetto: Burnout di Miller Gorini Cita

Immerso in un fluido.
Denso.
Viscoso.
A pochi minuti da Port-au-Prince, Marco sente l’alito della morte insinuarsi nel cargo militare. Osserva gli altri medici italiani e capisce dagli sguardi che non c’è niente di familiare. Nonostante sia il più giovane conosce la presenza della morte: l’ha incontrata nelle sale degli ospedali; ha sentito i suoi umori riempire i corpi dei vivi; è stato già sedotto e travolto dal suo fascino.
Eppure qualcosa lo sta divorando.
Nessuno parla.
Nessuno è pronto a consolare l’altro.
Marco si passa le mani sul volto per asciugarsi dal sudore. Con i palmi crea una leggera pressione sui bulbi oculari: da diversi minuti vede sfocato. Ritorna a guardare i compagni ma una patina opaca li divide. Si sofferma su Giacomo, il più vecchio ed esperto. Cerca una conferma. I loro occhi s’incrociano. La cortina di nebbia tra loro. Sì, ora Marco ne ha la certezza: non sono soli, e non lo è neanche la morte.
Haiti. Sono atterrati e con loro l’ennesima speranza.
Un mezzo militare li trasporta verso l’unico ospedale attivo.
Sta calando la sera e attorno a sé vede i primi fuochi accendersi. È inverno e i sopravvissuti sono all’addiaccio.
Marco aggancia i pensieri al rumore del motore, l’unico appiglio di normalità in un luogo umido di violenza.
Un’intera metropoli di carne e detriti gli si svela dai finestrini: vetri che come schermi della televisione li separano dalla realtà. C’è un continuo brusio, un rumore lontano, quasi un lamento.
Marco osserva delle persone improvvisare un funerale su una catasta di macerie. Un urlo assale le sue interiora. Incontra gli sguardi impietriti di Giovanni e Giacomo. Dalla lunetta scorge tre uomini assalire una donna.
– Ehi! Fermatevi, la stanno stuprando – un grido balbettato.
I militari non si fermano e l’urlo si perde nei cilindri delle moto che avanzano tra i fuochi. Cavalli d’acciaio montati da guerriglieri con il machete.
Sente l’aria bruciare.
Anche lui sta bruciando.
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Miller Gorini
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hornblower



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MessaggioInviato: Dom 07 Feb 2010 21:52    Oggetto: Cita

VIAGGIO AD HAITI - 1480 caratteri

Apro gli occhi improvvisamente. Il vuoto d’aria mi ha colto di sorpresa.
Ho lo stomaco attorcigliato, vorrei vomitare ma riesco a controllare la mia nausea.
Questo rumore assordante mi ferisce i timpani. Mi domando se questo sia un viaggio di speranza. Non lo so, ma so che ci ha già segnato nel profondo.
Osservo i volti stanchi dei miei compagni e rivedo le terribili immagini del terremoto che la tv ha trasmesso asettica, abituandoci a una sofferenza lontana, ma oggi non sarà così, lo so.
Cristian posa la mano sulle mie, strette a pugno per la tensione. Accenno un sorriso ma è solo labbra tirate ed esangui. Aver giurato di salvare vite umane, come Ippocrate, e sentirsi così impotenti di fronte alla Natura mi toglie ogni energia e volontà.
Il pilota annuncia Port au Prince riportandomi alla realtà.
Mi sporgo verso l’oblò. Cerco di attraversare le nuvole frastagliate con lo sguardo; vedo solo distruzione: non è rimasto nulla in piedi.
L’aereo rulla sulla pista e si ferma. Raccolgo il mio zaino e mi appresto a sbarcare. C’è odore di morte nell’aria.
Come in sogno odo parole familiari, non è francese anche se gli somiglia. Certo, è creolo.
Prendo posto su una scassatissima jeep. Penso che l’autista dovrebbe fare un corso di guida, ma mi accorgo appena del disagio. Osservo gli occhi degli abitanti, non vi è luce: è una città morta questa, morta come la speranza.
Avverto di nuovo lo stomaco stringersi: sento che questa disperazione potrebbe soffocarmi.


Ultima modifica di hornblower il Mer 10 Feb 2010 20:05, modificato 2 volte in totale
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Laura Poletti



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MessaggioInviato: Lun 08 Feb 2010 13:13    Oggetto: Cita

Simone incrociò le dita sopra la testa rasata e cercò di allungare la schiena, quasi bloccata dalla posizione scomoda in cui lo costringeva il sedile. Il viaggio non era stato per nulla simile a quelli che aveva fatto negli anni passati per raggiungere le mete delle sue vacanze: l'aereo era spartano e rumoroso e non c'erano hostesse carine cui fare il filo. La loro destinazione erano i caraibi, ma quello che li aspettava era quanto di più diverso da una vacanza si potesse immaginare.
Aveva cercato di scambiare due chiacchiere con i suoi compagni di viaggio, senza fortuna. Il capo, il dottor Daneri, sembrava concentrato sui documenti che aveva in mano, e probabilmente stava programmando il modo di affrontare le emergenze che si sarebbero presentate. Come infermiere forse a Simone sarebbe stato quello che più avrebbe visto da vicino le conseguenze del terromoto e della sua devastazione, ma non era dispiaciuto di avere qualcuno che organizzasse il suo lavoro, soprattutto perchè Daneri era un professionista di grande esperienza. Quanto al dottore giovane, Simone non se ne ricordava neppure il nome, era troppo spaventato per essere un buon conversatore.
L'aereo saltellò più volte sulla pista prima di fermarsi, e Simone fu rapido a saltare fuori dalla carlinga: non gli piaceva rimanere troppo a lungo fermo negli spazi chiusi.
Si guardò intorno e inforcò gli occhiali da sole, per poi girarsi verso i suoi compagni che ancora si attardavano sull'areeo.
Per un attimo si chiese se l'aereo stesse di nuovo decollando, nonostante il portellone aperto e il motore spento, prima di ritrovarsi a terra, mentre tutti i suoni venivano coperti dal boato della terra che tremava.
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Laura

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Chiara Razzi Di Nunzio



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MessaggioInviato: Sab 13 Feb 2010 09:59    Oggetto: Cita

Il rogo della fenice


Daniele scese dall’aereo militare subito dopo Marika, gli occhi fissi sulla sua nuca scoperta. Durante il volo aveva aspirato il profumo dei suoi capelli, ma, mentre attraversavano la capitale in jeep, diretti all’ospedale da campo, l’olezzo di decomposizione ebbe il sopravvento.
A un tratto un drappello di disperati accerchiò il veicolo, vociando. L’autista si arrestò, cominciò a sbraitare e a gesticolare. Daniele si chiese di nuovo perché si trovasse lì, visto che non capiva una parola di francese.
– Cosa dice? – chiese.
– Lui bisogno di medico – tradusse l’autista. – Ma noi deve andare ospedale.
A un certo punto della discussione, Marika allungò una mano e la posò sul braccio dell’autista. Daniele si chiese da dove nascesse all’improvviso tanta intimità.
Marika parlò in francese, l’autista scosse la testa e parve rimproverarla.
Ma lei era già scesa: Daniele la vide fendere con delicatezza il mare di mani che la strattonavano in mille direzioni, allontanandosi insieme all’uomo che poco prima discuteva con l’autista.
Forse quell’uomo aveva bisogno di aiuto, forse aveva cattive intenzioni, forse tutt’e due le cose. Daniele scese dalla jeep e li seguì.
L’uomo si fermò, indicò un mucchio di macerie.
Marika scosse la testa e indietreggiò di un passo. Si girò verso Daniele e spiegò:
– Sua moglie è incinta, gli ho detto che l’avrei aiutata, ma pensavo dovesse partorire.
Fece per allontanarsi, ma l’uomo la trattenne. Parlò con gli occhi, più che con le labbra, e stavolta Daniele comprese.
Fu lui il primo a inginocchiarsi e a cominciare a scavare. Marika lo imitò e persino l’autista, venuto a chiamarli, si convinse a dare una mano.
Dopo un tempo interminabile, una mano piccola e callosa emerse da sotto i calcinacci.
Marika parlò in tono rassicurante, ma non ottenne risposta.
La mano era fredda.
Sul bel visino di Marika, le lacrime s’impastarono con la polvere.
Disse qualcosa in francese. In italiano:
– Torniamo alla jeep.
Daniele vide che persino gli occhi dell’autista luccicavano.
Proprio in quel momento, così fioco che gli sembrò quasi d’immaginarlo, da sotto le macerie si levò un vagito.

Fine
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paolino66



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MessaggioInviato: Sab 13 Feb 2010 16:49    Oggetto: Cita

Haiti

Parlarono molto durante il volo, specialmente su come impostare al meglio l'attività nell'ospedale da campo che, a quanto si sapeva, era già operativo. Walter si sentiva tranquillo: medico di guerra consumato, ormai alla sesta missione, sapeva che avrebbe affrontato al meglio la situazione. Tanto più che anche i suoi compagni di missione erano esperti.
Ma la voglia di parlare calò assieme alla quota dell'Hercules, quando, vicini all'atterraggio, la Port au Prince reale si mostrava sempre più simile alle immagini televisive. Una jeep li condusse in città. Aggrappato nervosamente alle sponde, sballottato assieme ai bagagli, Walter si guardava intorno e ogni tanto scrutava i volti smarriti dei compagni. Avrebbe preferito una guerra alla presenza silenziosa di quell'odore, che - sapeva benissimo - lo avrebbe accompagnato durante tutta la missione.
– Siamo arrivati – disse l'ufficiale che li accompagnava. Walter staccò a fatica la mano dalla sponda e la sgranchì: era dolorante per la tensione della stretta. Scesero ed entrarono nella grande tenda, piena di feriti, di lamenti, di infermieri frenetici. Uno di questi li accolse. Mentre prendevano familiarità con l'ambiente, Walter esclamò: – Philippe! – Chi? – disse Salvatore. – Philippe, il ragazzo che è stato estratto dalle macerie dopo quattro giorni. Era su tutte le televisioni. – E gli si accostò. Sentendo pronunciare il proprio nome, il ragazzo, disteso su una branda vicino all'ingresso, rivolse lo sguardo nella direzione dei tre. Non riusciva a parlare e con gesti impercettibili indicava davanti a sé. – Come va? – gli chiese Walter in francese. Philippe sussurrò un – ...ambe... – e chiuse gli occhi. Walter si accertò che respirasse e gettò uno sguardo sul lenzuolo, che nella parte inferiore del corpo presentava un solo rilievo allungato. – Çà va – e tornò dagli altri colleghi, scuro in volto. – Cosa c'è? – chiese Carlo. – Non so se ancora se ne rende conto. – Di cosa? – Walter non rispose.
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Paolo Costantini
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Lun 15 Feb 2010 17:26    Oggetto: Cita

Design Dieu inconnu

Dio, perché un terremoto a Haiti? Perché non t’accanisci sulla ricca Manhattan?
Domande senza risposta che si rincorrevano in un loop vizioso nella mente del dottor Zanni. Al diavolo il distacco professionale: a Port-au-prince s’era fottuto un’altra volta nell’immedesimazione del dolore altrui. Forse, Dio è morto e il caos, la sfiga, piove sempre sul bagnato.
Le immagini gli affollavano la mente: cadaveri che spuntavano dalle macerie, palazzi e baracche costruite con cemento, legno e lamiere, crollati. Port-au-prince, capitale di una delle nazioni più povere del mondo: disintegrata. Port-au-prince, centro di governo di uno stato con servizi minimi cancellati ed epidemie da scongiurare. Impossibile? Forse, Dio risorge e si pente di quello che ha fatto.
Zanni dispiegò il foglio su cui aveva schizzato la mappa dell’ospedale da campo, indicando ai volontari dove piantare le tende e stoccare le medicine, poi s’avvicinò ai tavoli dove distribuivano i sacchetti con un po’ di cibo e camminò lungo la fila dei sopravvissuti. In molti lo toccarono, chiedendogli speranza.
Notò due barellieri con una bambina in fin di vita. Scrutò in lontananza, oltre la pista d’atterraggio improvvisata, molto oltre il cargo, il campo dove raccoglievano i morti, ed entrò nella cosiddetta sala operatoria. Un’infermiera stava togliendo dallo sterilizzatore dei bisturi. La donna non perse tempo e si affrettò ad allacciargli un camice.
Un cellulare squillò.
Zanni seguì il trillo del telefono stretto nel palmo della bambina e d’istinto premette il tasto verde.
─ Jean?
─ Jean n'est pas là.
─ Où est ma fille?
─ Y at-il un hôpital près de l'avion.
─ C'est très bien, je peux lui parler?
─ Pas maintenant, dans peu de temps…
Zanni sentì le lacrime della madre scorrere attraverso la miracolosa comunicazione da Haiti al satellite e ritorno.
─ Viens ici, votre fille vous attend…
Zanni si sostituì a Dio, pregando che la speranza riposta nelle sue mani non morisse.
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Claudio Costa
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Carlo Vicenzi



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MessaggioInviato: Mar 16 Feb 2010 17:45    Oggetto: Cita

Questo è il mio primo tentativo... Spero di aver contenuto gli strafalcioni... Very Happy

Angelo

Quando i suoi piedi ancora toccavano la fredda fusoliera dell’aereo che lo aveva trasportato fin lì, Giorgio si sentiva ammantato da un alone di speranza, come se fosse una freccia, scoccata per colpire al cuore le sofferenze di un popolo in ginocchio. Magari un solo paio di mani da chirurgo in più non avrebbero fatto la differenza per l’intero paese, ma per alcuni sarebbe stato sufficiente.
Tutto era cambiato da quando era arrivato a Port au Prince, per giunta ad una velocità folle.
Il primo giorno, catapultato in una realtà fatta di razzie, disperazione e sopravvivenza primordiale, aveva lottato con ogni sua risorsa per salvare il salvabile: le gambe di un ragazzino macilento, la vita di un uomo nerboruto, il braccio di una vecchia… Immaginava sarebbe stato così, ma aveva commesso l’errore di sopravvalutarsi: le sue energie mentali e fisiche cominciarono a venir meno prima di mezzogiorno. Durante la notte non riuscì a prendere sonno, nonostante fosse stanco come avesse eretto una piramide da solo. Nel buio gli arrivavano le urla dei moribondi e la disperazione prese a graffiargli lo stomaco.
Il secondo giorno fu peggiore del primo. Forse perché assieme ai suoi pazienti, vide morire la speranza. Prima del tramonto, entrò nella la grande tenda dell’ospedale da campo. Camminò fra i lettini di metallo, fra i corpi martoriati, le bende sporche e le lacrime di agonia. Per alcuni si poteva fare qualcosa. Per tutti gli altri non si poteva fare nulla.
Il terzo giorno si trovò a lavorare come una macchina, senza fermarsi, perché se avesse commesso l’errore di pensare a qualcosa che non fosse stato la medicina, sarebbe scoppiato a piangere in un angolo.
Il quarto giorno, immerso fino ai capelli in quell’inferno, sentì di aver fallito. Per ogni arto salvato, ne amputava due. Per ogni persona che sopravviveva, tre ne morivano. Il sole aveva lasciato spazio alla notte, e Giorgio si trovava a fissare gli occhi neri di un ragazzo le cui gambe erano attaccate al tronco solo da pochi millimetri di pelle. Lesse la disperazione e il dolore: la prospettiva di un condannato. Il chirurgo aveva fermato l’emorragia, e stava lavorando per chiudere al meglio le ferite, ma quegli occhi lo fermarono, e fecero scattare in lui qualcosa. Non poteva andare avanti così. No, non ce la faceva. Prese una siringa, la riempì con una dose di morfina troppo alta, e la iniettò nelle vene del povero ragazzo. Quando il battito del cuore venne meno, Giorgio si trovò a sorridere. Un peso venne sollevato dalla sua schiena.
Il quinto giorno, aveva la certezza di cosa era venuto a fare. Era arrivato per portare speranza e alleviare la sofferenza. Avrebbe salvato il futuro di chi ne aveva uno, e interrotto l’agonia dei moribondi. Forse su quella terra non c’era bisogno di altri angeli della morte, ma solo di uno che sapesse fare il proprio lavoro.
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Matteo Mascheroni



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MessaggioInviato: Ven 26 Feb 2010 23:54    Oggetto: Cita

Eccomi qui anch'io, giusto al limite!

Corpi.
Centinaia, migliaia.
Distesi in pose innaturali, uno accanto all’altro, uno sopra l’altro. Uno dentro l’altro.
Brandelli di vestiti, di oggetti, di sogni. Di uomini.
Sonia li vedeva fin troppo bene dall’aereo. Era una splendida, assurda mattinata di sole, così fuori posto in quel luogo, in quel momento. Il velivolo era in fase di atterraggio all’aeroporto di Port au Prince. Il vetro dell’oblò separava lei e gli altri tre medici da quello spettacolo.
Solo l’altro ieri lo vedevo da casa, davanti alla TV, con la mia famiglia. Chissà quando riabbraccerò il mio piccolo Alessio. Dio, speriamo di non atterrare mai, non posso, non riesco a sopportare tutto questo...
La realtà la investì appena messo piede a terra. L’odore fetido della morte era il benvenuto che Madre Natura aveva preparato per loro ad Haiti.
Salì a bordo della jeep che li avrebbe condotti al campo base. Ciò che vedeva soffocava ogni tentativo di dire qualcosa. Semplicemente non aveva parole. Sonia scrutò gli sguardi degli altri: parlavano per loro in modo eloquente.
Nelle orecchie risuonavano le grida, le urla dei pochi fortunati sopravvissuti. Sembravano sputare addosso a questo dono scannandosi fra di loro per accaparrarsi un po’ di cibo, un lenzuolo, un orologio. Nemmeno i morti erano risparmiati dal saccheggio.
Disperati che si accaniscono su altri disperati. Che diritto ho di giudicare? Forse questo è l’unico modo che hanno per non incontrare lo stesso destino degli altri.
Sonia vide l’ospedale da campo comparire un centinaio di metri più avanti.
Perché sono qua? Cosa posso fare io in questo inferno?
Trasse un profondo respiro.
Ho scelto di essere un medico, ho scelto di essere qui. È arrivato il momento di fare tutto ciò che posso, tutto ciò di cui sono capace.
_________________
“Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?” domandò Leo.
“Sono un clown” risposi, “e faccio raccolta di attimi.”

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Ultima modifica di Matteo Mascheroni il Lun 01 Mar 2010 16:59, modificato 1 volta in totale
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tar-alima



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MessaggioInviato: Dom 28 Feb 2010 17:17    Oggetto: Cita

Ciao ragazzi, questo mese partecipo anch'io, in extremis.
Visto che non ho fatto l'esercizio di gennaio, seguo le indicazioni di Vincenzo e li inserisco entrambi.

NARRATORE UNIVERSALE

«Tra cinque minuti ci siamo.»
Pochi istanti di esitazione e i volontari iniziano a raccogliere le loro cose e inspallare gli zaini, la mente già proiettata su ciò che li aspetta. La devastazione, il caos dei soccorsi, i bisogni urgenti della popolazione: cibo, acqua, cure, e poi un tetto sulla testa, abiti, aiuto per ridare una parvenza d’ordine a un mondo andato in pezzi.
Nell’abitacolo dell’elicottero si sfiorano appena con gli sguardi, carichi di energie per affrontare la loro missione, eppure già oppressi dal suo peso. Hanno visto i servizi sul terremoto, qualcuno ha già conosciuto situazioni simili. Sono solo esseri umani, in fondo. Sulla bilancia pesano anche i loro bisogni, spesso taciuti, talvolta inconsapevoli, ma non per questo meno urgenti. Sono stati quei bisogni a spingerli qui.
Elisa è una generosa. Non ha mai rifiutato il suo aiuto a nessuno, fosse un uccellino caduto dal nido o la nonna da accudire. Molti l’hanno stimata, ammirata, e lasciata sola.
Markus deve dimostrare il proprio valore a un padre che non ha mai creduto in lui.
Dario ha perso suo figlio cinque anni fa in un incidente d’auto. Ha tentato in ogni modo di tirarlo fuori dalle lamiere contorte, ma non ce l’ha fatta. Quella sconfitta continua a bruciare come fuoco, anche quando è in missione, anche quando riconsegna bambini in lacrime alle braccia che li attendono, anche quando un vecchio si inchina davanti a lui e lo benedice.
Helène è la “bella dottoressa” in lotta per perdere l’aggettivo che troppe volte ha sentito accostato al suo titolo di studio. Ha sempre saputo che non le interessavano la carriera e la gloria. Vuole dare al mondo un contributo che resti.
Albert vuole fare il colpo grosso. La ricostruzione è un business. Bisogna mettere le mani in pasta fin dall’inizio, e questo è il modo migliore, anche se c’è un prezzo da pagare.
Se ognuno conoscesse la storia del compagno cui domani forse affiderà la propria vita, chissà... Ma forse è meglio così. A Port au Prince aspettano.


TERZA PERSONA

«Tra cinque minuti ci siamo.»
Pochi istanti di esitazione e tutti iniziano a raccogliere le loro cose e inspallare gli zaini, l’espressione già concentrata su ciò che li aspetta. La devastazione, il caos dei soccorsi, i bisogni urgenti della popolazione: cibo, acqua, cure, e poi un tetto sulla testa, abiti, aiuto per ridare una parvenza d’ordine a un mondo andato in pezzi.
Markus si prepara con gli altri. Nell’abitacolo dell’elicottero gli sguardi si sfiorano appena. I compagni gli sembrano carichi di energie per affrontare la loro missione, eppure già oppressi dal suo peso. Di certo hanno visto i servizi sul terremoto, qualcuno avrà già conosciuto situazioni simili.
Siamo solo esseri umani, in fondo, riflette Markus. A portarci qui sono anche i nostri bisogni.
Si guarda intorno, cercando di leggere sui volti dei compagni quale esigenza interiore può averli spinti sull’elicottero che sta per lasciarli a Port au Prince.
Elisa è sui quaranta, sovrappeso, espressione mite. Deve essere il tipo che tutti apprezzano ma preferiscono tenere a distanza, se non altro per evitare uno sgradito paragone tra coscienze.
Dario sembra portarsi dietro un grande dolore; i suoi cinquant’anni ne valgono settanta almeno, a giudicare dalle rughe, dalle spalle curve. Forse nel suo passato c’è un lutto, o una separazione da cui vuole riscattarsi.
Helène è una gran bella dottoressa, ma di sicuro se lo è sentito dire troppo spesso; si vede da come si irrigidisce se i discorsi virano sul suo aspetto fisico. Un tipo determinato, con le idee chiare.
Albert è difficile da inquadrare. Markus lo osserva a lungo, senza sapere come incasellarlo. Durante il viaggio ha partecipato ai discorsi con cortese distacco, come se avesse altro per la mente; nei suoi occhi non c’è la stessa luce che brilla negli occhi degli altri.
Markus rinuncia. Prova una diffidenza istintiva per quel tizio. Si augura soltanto di non dovergli mai affidare la sua vita.
E io, perché sono qui?
_________________
Grazia Gironella
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