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A ESERCIZIO DI GENNAIO: LA VOCE NARRANTE


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vincenzo.vizzini



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MessaggioInviato: Dom 17 Gen 2010 18:45    Oggetto: A ESERCIZIO DI GENNAIO: LA VOCE NARRANTE Cita

Vi sarete accorti che la preparazione di questo primo esercizio ha richiesto tempi biblici, ma c’era una ragione. Come avevo anticipato quest’anno faremo le cose con un po’ più di metodo, per cui ho dovuto tracciare un percorso che ci seguirà per diversi mesi.

Una delle prime cose da fare quando si decide di raccontare una storia è scegliere la voce narrante. Chi sarà ad accompagnare il lettore? Il Narratore Universale o lo scriveremo in prima persona con la voce del protagonista?

Questo mese il temo lo decido io per tutti. Utilizzando le solite 2000 battute a gennaio descriverete la storia di una equipe di medici che a bordo di un aereo militare arriva a Port du Prince e si scontra con la dura realtà del post cataclisma.

ATTENZIONE dovrete usare assolutamente e inderogabilmente la voce del Narratore Universale pena la squalifica.

Ancora una cosa: ho voluto scegliere come tema il dramma di Haiti perché dando un’occhiata in internet la prima cosa che ho notato è come sia stata messa da parte, oserei dire dimenticata, una simile tragedia riempiendo le videate di molti server esclusivamente con il calcio. D’accordo che è domenica, ma…

Ora buon lavoro a tutti e attenti perché vi tengo d’occhio.
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Vincenzo Vizzini
vicedirettore Writers Magazine Italia
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Cile



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MessaggioInviato: Lun 18 Gen 2010 13:18    Oggetto: Cita

Mi piace...
ci provo!
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Cinzia Leo
Hai mai ascoltato il silenzio del destino quando esplode? (A. Baricco )
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Giulio Ugge



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MessaggioInviato: Lun 18 Gen 2010 15:16    Oggetto: Cita

ehm, domanda da ignorante...il narratore universale indica che non si deve usare la prima persona giusto ? è tipo "Mario scese dall'aereo..." ? Embarassed
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virae



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MessaggioInviato: Lun 18 Gen 2010 16:07    Oggetto: Cita


Se trovo il tempo ci provo perché ho un sacco di problemi col narratore universale Wink

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Marcella Pasquali
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vincenzo.vizzini



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MessaggioInviato: Mar 19 Gen 2010 16:44    Oggetto: Cita

Ragazzi, ma che mi state combinando quest'anno.
I commenti dovete inserirli nello spazio apposito
Questo è sopo per gli esercizi
Evil or Very Mad Evil or Very Mad Twisted Evil
Laughing
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Vincenzo Vizzini
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Giulio Ugge



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MessaggioInviato: Mar 19 Gen 2010 17:10    Oggetto: Haiti - Land of the dead Cita

Avevano visto tutti le immagini del disastro in tv, ma un conto era starsene in salotto e compatire quei poveri cristi di haitiani tra una forchettata e l’altra di spaghetti, ben altro era trovarsi sul posto e sentire con le proprie narici l’odore della morte e della disperazione.

Certo, Martino e il resto del gruppo avevano già anni di esperienza alle spalle: il loro ultimo contributo fu proprio in casa, a L’Aquila. Ma per quanto si possa parlarne male, l’Italia era pur sempre un paese civile. Haiti era già in ginocchio da decenni, tra povertà, corruzione e altri disastri naturali, vittima impotente di un dio capriccioso che sembrava nutrirsi della sofferenza degli uomini.

Cos’avrebbero trovato una volta scesi dall’aereo ? Sempre ammesso poi che potessero uscire dall’aeroporto. Perché quello che non ha potuto finire la natura, lo può fare la burocrazia.
Un colpo di grazia a base di geopolitica, interessi, permessi, precedenze. Disorganizzazione. Che finisce con la gente che muore di fame a pochi metri da tonnellate di viveri che nessuno può o sa distribuire. Quasi un ultimo sberleffo del mondo ai suoi figli più poveri.

L’aereo scende, la fase di atterraggio è iniziata. Martino e Filippo si guardano negli occhi e ciascuno legge nello sguardo dell’altro un senso di disperazione. Come se sapessero già che questa missione sia finita prima ancora di cominciare. Come svuotare il mare con un cucchiaino.

Passa più di un’ora prima che il gruppo di volontari possa mettere piede fuori dal velivolo. Li accoglie un vento caldo che porta l’odore dolciastro della decomposizione come un regalo di benvenuto. Molti dei cadaveri sono ancora nelle strade. Ammesso che si possa ancora definirle tali, da tanto sono sconquassate.

Lungo il tragitto verso l’ospedale di fortuna, nessuno apre bocca. Il silenzio è l’unico commento possibile allo spettacolo di quelle centinaia di uomini e donne vivi per miracolo.

Vivi ? Martino li guarda e capisce che ora piu che mai, Haiti è il paese degli zombi.
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hornblower



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MessaggioInviato: Mar 19 Gen 2010 18:02    Oggetto: Cita

Ciao,
Ecco il mio compito. Attendo i vostri commenti e suggerimenti.

grazie
Virgilio

Postato per errore a parte, lunedì 18 gennaio alle 22.24

HAITI, la realtà di un disastro

Il vuoto d’aria diede l’ennesimo scossone all’aereo.
L’Hercules C130 ballava tra le raffiche di vento. All’interno della carlinga le strutture cigolavano e il carico, seppur saldamente ancorato, era scosso dai sussulti. I volti stanchi dei soldati e dell’equipe medica parlavano di un viaggio logorante.
I motori turboelica rombavano, assordando i passeggeri.
Raf si svegliò di soprassalto, negli occhi aveva ancora le immagini dei telegiornali, terribili ma asettiche..
Con lo stomaco più vicino alla gola che al duodeno, si guardò intorno spaesata. La mano di Cristian si posò sulle sue, strette a pugno: «Ѐ stato un vuoto d’aria. Gli aerei militari sono così spartani.»
Lei rispose al sorriso complice dell’uomo stirando le labbra, scoprendo i bei denti regolari e tutta la tensione che provava.
«Stiamo sorvolando Port au Prince!», gracchiò improvvisamente l’altoparlante «Preparatevi per l’atterraggio.»
Raf si sporse verso l’oblò e sotto l’ala, tra nuvole bianche dai contorni frastagliati, scrutò la terra. L’aereo compì un giro sorvolando la capitale dello stato caraibico. Prima di atterrare la donna riuscì a intravedere sprazzi dell’apocalisse. “Mio Dio, non è rimasto più nulla”, pensò.
Con qualche sobbalzo il grosso cargo rullò in fondo alla pista. Mentre i soldati di scorta e il personale di terra si affrettarono a scaricare attrezzature e rifornimenti, la squadra medica sbarcò.
«Vou se doktè?»
Quella voce interruppe i pensieri di Raf, le parole suonarono vagamente familiari.
«Oui!» rispose Cristian.
Il giovane haitiano indicò una jeep male in arnese. I medici si sistemarono alla meglio, rischiando di cadere quando l’auto si mosse a singhiozzo, a causa dell’imperizia dell’autista.
La realtà mostrò ai volontari una città morta e morti lo erano anche i sopravvissuti, che si aggiravano senza speranza tra le macerie. “Oh Dio, che male ha fatto questa gente?”, pensò Raf
La donna sentì lo stomaco stringersi e intuì che quella disperazione avrebbe potuto soffocarla.

FINE
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angelico



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MessaggioInviato: Mar 19 Gen 2010 22:20    Oggetto: Cita

La bambola

“Ho visto una bambola fra le macerie.”
Il sole tramontava. Luca era arrivato all’alba e per tutto il giorno aveva visto feriti, morti, gente che cercava i suoi cari. La disperazione aveva riempito il suo primo giorno a Port du Prince. Un terremoto con effetti più devastanti di una guerra. Ma lui non poteva non pensare a quella bambola. La sua sorellina ne aveva una simile. Sembrava una bambina vera. Era lì fra le macerie. Sporca, schiacciata, strappata. Le mancava un occhio e il braccino penzolava mezzo staccato. Il vestitino a fiorellini rosa era sporco di sangue.
Stava cercando di riposare un po’ sulla branda. Accanto a lui, Luisa, la collega che aveva conosciuto sull’aereo durante la notte. Anche lei giovane medico e anche lei distrutta dalla giornata appena trascorsa.
“Hai detto qualcosa?” Luisa era mezzo addormentata, ma trovò comunque la forza di rispondere.
“Sì,” disse Luca parlando a se stesso, “stavo pensando a una bambola. Spero che oggi un bambina abbia perso la sua bambola, e non che una bambola abbia perso la sua bambina.”
Luisa non disse nulla, dormiva.
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Teresa Anna Angelico
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paolino66



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MessaggioInviato: Mer 20 Gen 2010 11:23    Oggetto: Cita

Haiti

Parlarono fitto fitto per tutto il volo, specialmente su come impostare al meglio l'attività all'ospedale da campo che, a quanto si sapeva, era già stato predisposto e riempito di pazienti. Carlo, Walter e Salvatore erano medici di guerra consumati, ormai alla loro sesta missione, ed erano convinti di poter fronteggiare l'emergenza con una certa tranquillità. Ma via via che l'Hercules perdeva quota e la Port au Prince reale si mostrava sempre più simile alle immagini televisive, il colloquio si diradò fin quasi a scomparire. Una jeep li condusse in città. Aggrappati nervosamente alle sponde, sballottati assieme ai bagagli, si guardavano intorno senza fissarsi troppo a lungo negli occhi. Avvicinandosi alla città iniziarono a percepire quell'odore che - capirono subito - li avrebbe accompagnati durante tutta la missione. Avrebbero voluto annullare la coscienza. Le mani erano doloranti per la tensione. Ogni tanto le staccavano dalla sponda e le sgranchivano.
– Siamo arrivati – disse l'ufficiale che li accompagnava. Si riscossero. Scesero e si lasciarono condurre dentro. I tre medici pensavano più o meno le stesse cose. Non c'era guerra, eppure sembrava di assistere all'opera di un nemico ancora più terribile. L'ospedale era già pieno di pazienti in attesa di cure. Mentre prendevano familiarità con l'ambiente, Walter esclamò: – Philippe! – Chi? – disse Salvatore. – Philippe, il ragazzo che è stato estratto dalle macerie dopo quattro giorni. Era su tutte le televisioni. – Al sentir pronunciare il proprio nome il ragazzo, disteso su una branda vicino all'ingresso, rivolse lo sguardo nella direzione dei tre. Non riusciva a parlare e indicava in avanti con gesti impercettibili. – Come va? – disse Walter in francese. Philippe sussurrò un – ...ambe... – e chiuse gli occhi. Non sapeva ancora di aver perso la gamba. Walter si accertò che respirasse, poi gli disse – Çà va – e tornò con gli altri, scuro in volto. Carlo gli chiese: – Cos'hai? – Walter non rispose.
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Paolo Costantini
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Missi



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MessaggioInviato: Mer 20 Gen 2010 18:01    Oggetto: eccomi... Cita

20/01/2010.“Haiti: negato per ben tre volte l’atterraggio all’aeroporto di Port au Prince degli aerei cargo con kit medici salvavita. Curate finora 3000 vittime, ma sono ancora molto numerosi i pazienti che necessitano di cure e medicinali. Mancano macchinari per le operazioni chirurgiche più urgenti. Terribili testimonianze…”. Le notizie del disastro proseguivano su ogni televisore del pianeta. Ancora nessuno sapeva che un piccolo aereo militare era atterrato durante la notte nello stesso aeroporto, con un’equipe di medici italiani. Un grosso camion telato li aveva portati fino a un enorme magazzino militare insieme ai medicinali e le attrezzature che avevano portato. Avevano viaggiato al buio, senza vedere le macerie e la distruzione. Quando arrivarono uno scenario di guerra si presentò davanti a loro. Chi urlava di dolore e chi giaceva agonizzante, con lacerazioni gonfie e imputridite dalle infezioni. I più fortunati erano sdraiati dappertutto sulla nuda terra, in attesa di medicazioni, fasciature e cibo, che non sarebbero arrivati altrimenti; medici e volontari che si arrangiavano come potevano. Il caldo appesantiva la puzza terribile di chi era deceduto, del sangue e della mancanza dei servizi igienici. Mirco, il più anziano dell’equipe, cominciò a dare ordini. Due uomini iniziarono a trasportare fuori i morti. Fu creata un’area per le operazioni chirurgiche dove venne montato il macchinario per le amputazioni. “Stop alle seghe!” disse. “Portate qui tutti i feriti gravi”. Subito dal fondo si levarono proteste. I meno gravi diventarono minacciosi e nel subbuglio si levò uno sparo. Tutta l’equipe aveva istintivamente estratto la pistola, ma quella fumante nella mano di Mirco dichiarò chi d’ora in poi avrebbe preso le decisioni. Per qualche secondo regnò il silenzio e un angoscioso senso di rassegnazione si disciolse nelle anime scosse delle vittime. Da solo, in un angolo, un bimbo piangeva la sua mamma morta. La voce di Mirco si fece decisa e comprensiva al contempo: “Cercheremo di medicarvi tutti. Abbiate pietà per i più bisognosi.”
Simonetta Brambilla
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Cile



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MessaggioInviato: Gio 21 Gen 2010 16:11    Oggetto: Cita

Ecco il mio tentativo

Il ronzio dell’elica sibilava, squarciando un silenzio denso di paura. Dal buio del piccolo elicottero sbucavano volti sbiaditi che l’oscurità sembrava divorare. Ognuno dei medici presenti nel veicolo si domandava se sarebbe stato all’altezza, ma tutti erano convinti che il compagno di viaggio seduto accanto lo sarebbe stato di più. Nell’aria i pensieri si mescolavano al puzzo di sudore e cloroformio. Quei corpi caldi e stipati come pacchi postali erano l’unica e ultima speranza di Terese.
La piccola bambina ancora incastrata tra i detriti della sua casa respirava a fatica; i superstiti intorno a lei cercavano di incoraggiarla con la notizia dell’arrivo dei dottori. Terese, a soli sei anni, voleva la sua mamma e sperava che i dottori fossero angeli e gliela portassero indietro. L’aveva vista, Terese, la mamma. Davanti alla piccola era crollato un muro inghiottendo la giovane madre in un turbinio di calcinacci e polvere.
Terese stringeva le mani al bordo della sua trincea in attesa dei dottori.
L’elicottero combatteva contro raffiche di vento gelido e pioggia e, come Terese, anche i suoi passeggeri aspettavano di atterrare. Un tonfo segnò la fine di quel viaggio. Marco ruppe il silenzio, battè le mani ed esclamò: – Eccoci. Forza ragazzi. Diamoci da fare.
Fu come premere l’interruttore della luce: Filippo, Silvio e Luca scattarono dai sedili aiutandosi a vicenda con l’attrezzatura. Scesero la scaletta, attenti a non inciampare sotto il peso delle borse piene di medicinali, ma una volta a terra si fermarono. La solerzia di poco prima lasciò il posto alla peggiore delle sensazioni: l’impotenza. Intorno a loro non c’era una città né un paese povero: solo distruzione disperata. Un disarmante cumulo di detriti e fossi con cadaveri accatastati erano l’unica parvenza di ordine che si riusciva a scorgere.
– Mio Dio! Da dove cominciamo? – bisbigliò Marco pensando a quanto desiderasse essere lontano da lì.
– Forse... se noi... – provò a spiegare Silvio ma le parole gli morirono in bocca alla vista di Terese.
La bambina gli sorrideva alzando a fatica una manina; era raggiante perché gli angeli erano scesi dal cielo. Terese fissava la pelle candida di quei signori e le lore vesti bianche con la bocca spalancata.
Filippo fu il primo a lanciarsi su di lei anche se non sapeva bene cosa fare, i compagni lo seguirono mentre una massa di superstiti li guardava come se non esistessero. Li avevano aspettati per così tanto tempo che, in quel momento, era come se non li vedessero.
– Intubiamola! – ordinò Filippo.
– Marco passami la flebo... – domandò Luca.
Per dieci minuti i giovani medici lavorarono concentrati. Evitavano di guardare Terese. Lei gli sorrideva. Non potevano sopportarlo.
La bimba rideva di speranza mentre loro cercavano solo di affidarla a una morte meno dolorosa.
C’era solo una verità: poche ore e Terese avrebbe riabbracciato la madre. Almeno, questa era l’unica verità accettabile.
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Cinzia Leo
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Gio 21 Gen 2010 18:43    Oggetto: Cita

Si accettano traduzioni in francese o in creolo, migliori della mia...

Design Dieu inconnu

Dio, perché un terremoto a Haiti? Perché non t’accanisci sulla ricca Manhattan?
Domande senza risposta che si rincorrevano in un loop vizioso nella mente del dottor Zanni. Al diavolo il distacco professionale: a Port-au-prince s’era fottuto un’altra volta nell’immedesimazione del dolore altrui. Forse, Dio è morto e il caos, la sfiga, piove sempre sul bagnato.
Cadaveri che spuntano dalle macerie: corpi, teste, braccia, gambe.
Palazzi e baracche costruite con cemento, legno e lamiere: tutto crollato.
Port-au-prince, capitale di una delle nazioni più povere del mondo: disintegrata.
Port-au-prince, centro di governo di uno stato con servizi minimi cancellati: acqua e luce interrotte. Epidemie da scongiurare. Impossibile? Forse, Dio risorge e si pente di quello che ha fatto.
Zanni dispiegò il foglio su cui aveva schizzato la mappa dell’ospedale da campo, indicando ai volontari dove piantare le tende e stoccare le medicine, poi s’avvicinò ai tavoli dove distribuivano i sacchetti con un po’ di cibo e camminò lungo la fila dei sopravvissuti. In molti lo toccarono, chiedendogli speranza.
Passarono due barellieri con una bambina in fin di vita. Il dottore scrutò in lontananza, oltre la pista d’atterraggio improvvisata, molto oltre il cargo, il campo dove raccoglievano i morti, ed entrò nella cosiddetta sala operatoria. Un’infermiera stava togliendo dallo sterilizzatore dei bisturi. La donna non perse tempo e si affrettò ad allacciargli un camice.
Un cellulare squillò.
Zanni seguì il trillo del telefono stretto nel palmo della bambina e d’istinto premette il tasto verde.
─ Jean?
─ Jean n'est pas là.
─ Où est ma fille?
─ Y at-il un hôpital près de l'avion.
─ C'est très bien, je peux lui parler?
─ Pas maintenant, dans peu de temps…
Zanni sentì le lacrime della madre scorrere attraverso la miracolosa comunicazione da Haiti al satellite e ritorno.
─ Viens ici, votre fille vous attend…
Il dottor Zanni si sostituì a Dio, pregando che la speranza riposta nelle sue mani non morisse.
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Claudio Costa
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atman71



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MessaggioInviato: Gio 21 Gen 2010 19:14    Oggetto: Orrore nell'orrore Cita

Ecco il mio tentativo. Spero non sia troppo "forte", ma purtroppo ho letto che sono cose che succedono veramente. Non è un tema facile da affrontare in 2000 battute...

ORRORE NELL'ORRORE

Il rumore della fuoriuscita dei carrelli preannuncia l’arrivo all’aereoporto di Port-au Prince. I tre medici italiani osservano dai finestrini la terra avvicinarsi. Il Dott. Franco Piotti, 65 anni, ha già partecipato a delle missioni umanitarie in Iraq e ciò che vede gli ricorda terribilmente una città bombardata, con effetti forse ancora più devastanti in quanto qui nulla sembra essere rimasto al suo posto. La Dott.ssa Giusy Guarini e il Dott. Silvio Fulgini sono molto più giovani: 32 anni lei e 35 lui. Non hanno mai lavorato in situazioni di emergenza. Lei è molto religiosa e sta pregando. Vorrebbe essere già operativa nell’ospedale che gli hanno assegnato perché è consapevole che ogni secondo che passa potrebbe essere una vita persa. Lui non crede in Dio. Crede nella medicina e nella scienza. La sua missione è di salvare vite umane ed è per questo motivo che ha accettato di venire ad Haiti.
«Ragazzi, preparatevi a dormire poco, a correre senza interruzioni e a vedere gente morirvi fra le braccia» dice il Dott. Piotti appena l’aereo termina la sua manovra di atterraggio.
Un furgoncino dell’Onu li attende al loro sbarco. Attraversano a fatica una città che ormai non esiste più e raggiungono un ospedale in periferia che miracolosamente è rimasto in piedi dove li accoglie un’infermiera spaesata. La Dott.ssa Guarini nota subito che nei suoi occhi non vi è traccia di speranza, ma solo disperazione. Non c’è tempo da perdere e i tre medici si mettono subito al lavoro. È una lotta impari contro il tempo: per ogni persona salvata ce ne sono almeno due che perdono la vita. All’improvviso un urlo della Dott.ssa Guarini interrompe i suoi colleghi.
«Mio Dio, ma perché?» continua a gridare.
«Dott.ssa si calmi» le dice il medico più anziano. «Si sieda»
«No che non mi calmo! Guardi qua!» Sul lettino alla sua destra è sdraiata una bambina di circa 10 anni. La sua gamba destra è rimasta sotto le macerie. La Dott.ssa alza il vestitino della bimba: non ha le mutandine. Si avvicina anche il Dott. Fulgini e rimangono tutti inorriditi e senza parole nel vedere gli evidenti segni di violenza carnale.
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Attilio Abbiezzi
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Chiara Razzi Di Nunzio



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MessaggioInviato: Gio 21 Gen 2010 23:07    Oggetto: Cita

Il rogo della fenice


Marika e i colleghi erano appena scesi dall’aereo militare. Stavano attraversando la capitale in jeep, diretti all’ospedale da campo, immersi nell’olezzo di decomposizione che aleggiava sulle rovine.
A un tratto un drappello di disperati accerchiò il veicolo, vociando. Jacques, l’autista, si arrestò. Faticò non poco a convincerli che non aveva cibo a bordo, solo medici.
– Médecins? J’ai besoin d’un médecin!
– Cosa dice? – chiese Daniele, che non parlava francese.
– Lui bisogno di medico – tradusse Jacques. – Ma noi deve andare ospedale.
– Ma femme est enceinte!
Jacques cominciò a discutere con l’uomo, ma dal sedile posteriore Marika gli posò una mano sul braccio.
– Se non curiamo chi ha bisogno, che siamo venuti a fare?
– No, signorina! Deve andare ospedale: lì più gente, più bisogno!
Ma Marika era già scesa: districandosi fra le mille mani che la strattonavano in mille direzioni, seguì l’uomo che aveva la moglie incinta.
– Al diavolo! – esclamò Daniele, e scese anche lui.
L’uomo si fermò, indicò un mucchio di macerie: la moglie era là sotto.
– Pensavo che dovesse partorire – disse Marika in francese. – Non possiamo tirarla fuori da lì. Siamo solo medici.
Fece per allontanarsi, ma l’uomo le strinse forte la mano, trattenendola.
– La prego! Se non mi aiuta, mia moglie e il bambino moriranno.
Marika e Daniele si scambiarono un’occhiata. Lui non le chiese di tradurre.
S’inginocchiarono e cominciarono a scavare. Non smisero quando Jacques venne a chiamarli, anzi lo convinsero a dare una mano.
Dopo un tempo interminabile Marika, che ormai non sentiva più le spalle, vide emergere da sotto i calcinacci una mano piccola e callosa.
– Stia calma, signora – disse, – la tireremo fuori.
Nessuna risposta.
Toccò la mano: era fredda.
Si lasciò cadere all’indietro, esausta e disperata. Le lacrime s’impastarono alla polvere che le imbrattava il viso.
– Tua moglie è morta – disse all’uomo. E in italiano: – Torniamo alla jeep.
Jacques la aiutò a rimettersi in piedi; aveva negli occhi un luccichio.
Proprio in quel momento da sotto le macerie si levò, fioco, un vagito.

Fine
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Stefano Conti



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MessaggioInviato: Ven 22 Gen 2010 11:42    Oggetto: Cita

Aveva ragione papà

Luca Bia è in fondo all’aereo e sfoglia un vecchio National Geographics, quando Sara gli si avvicina con una bottiglia d’acqua. Grugnisce. Lei fa spallucce e torna a sedersi due file più avanti con gli altri dottori, mentre Luca si sporge per guardarle il sedere. Forse aveva ragione papà: questa merdosa vacanza avrà i suoi lati positivi. Non può dare torto al vecchio se non ci ha visto più, quando ha scoperto che quell’impeccabile studente del terzo anno di medicina di suo figlio sniffa come un aspirapolvere. Sei mesi in comunità o uno nell’inferno di Haiti, altrimenti non gli avrebbe più pagato gli studi. Come dire: una carriera al call center, altro che Dottor House. Forse capirai il valore della vita e ti passerà la voglia di buttarla nel cesso.
Sara intanto ha rinunciato a inserirsi nei discorsi dei colleghi che ostentano sicurezza e fanno a gara a chi ha amputato più arti. Si mordicchia l’interno del labbro fino a farselo sanguinare, tanto per esorcizzare la tensione.
Si scende di quota e gli oblò riproducono brandelli di rovine, come in un film apocalittico.
Mentre l’aereo tocca il suolo, a ottomila chilometri di distanza l’avvocato Bia piange davanti alla foto di Luca sulla sua prima bici.

Port du Prince accoglie l’équipe con la foto di un resort che ormai non c’è più. La stessa sorte è capitata ad ogni singolo edificio della capitale, a giudicare dal tragitto per l’ospedale da campo. Luca è strizzato tra Sara e il dottore più anziano e si chiede che fine abbiano fatto gli ammortizzatori della jeep. – Ehi, ma non era finito il terremoto? Il ghiaccio, non si rompe. Sara è intenta a spingersi l’unghia nella carne del braccio.
Un uomo che sembra uscito da un film di George Romero blocca la strada alla jeep. Ha un corpicino abbandonato fra le braccia. Si avvicina e senza dire una parola posa il corpo sulle gambe di Sara. Poi torna con gli altri a scavare con le mani.
Sara non può togliere gli occhi dalla bimba. Sembra dormire, a parte il cranio schiacciato.
Luca le passa il braccio attorno alle spalle mentre la jeep riprende il suo viaggio.
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(Michel Houellebecq - Piattaforma)
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