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L'ESERCIZIO


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Andrea Cavallini



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MessaggioInviato: Dom 15 Giu 2008 08:05    Oggetto: Cita

1° versione
Annalisa ha una pelle così bianca che anche adesso al solo pensiero mi accendo. Non avrei dovuto impelagarmi con la donna del capo. Fare il cascamorto, sbatterla per una settimana e mollarla. Ma ho sempre fatto così con tutte. Non sono fatto per rapporti seri. Lei si è vendicata, spifferando tutto ad Alfredo, il boss. E adesso sono rinchiuso in una cantina puzzolente, in un lago di sangue, col braccio a penzoloni e il ginocchio ridotto come un riccio spiaccicato da un camion. Per muovermi punto le mani sul pavimento irregolare e mi trascino strisciando e scivolando sul sangue. A volte riesco a percorrere per intero lo scantinato semibuio; poi, sfinito, resto immobile come un fantoccio ansimante, fradicio di sudore e sangue. Ogni tanto mi giro a pancia in su e guardo la luce bianchissima che proviene dalla piccola finestra rettangolare, in alto quasi alla confluenza col soffitto. Il mio unico contatto con la realtà, tranne quando entrano i suoi scagnozzi. Aprono la porta nera e mi sfottono, intonando una cantilena: “arriviamo noi, e ti arriva un altro bucarello, bello bello”. Mi guardano sogghignando e mi sparano ogni volta un colpo solo. Prima le gambe, poi le ginocchia e le braccia. “Dovrai morire lentamente, soffrendo parecchio” mi ha sussurrato compiaciuto Alfredo. Ma non sa che le mie fibre nervose funzionano male, che ho il morbo di Marshall dalla nascita e non posso avvertire alcun tipo di dolore.





2° versione (1486 caratteri)
Annalisa ha una pelle così bianca che anche adesso al solo pensiero mi accendo. Non immaginavo fosse la donna del capo L’ho sbattuta per una settimana, poi arrivederci e grazie. Non ho la testa per le cose serie. Si è vendicata, spifferando tutto ad Alfredo, il boss. E adesso sono rinchiuso in una cantina puzzolente, in un lago di sangue, una mano che sembra un uccello che ha avuto un incontro ravvicinato col parabrezza di una Ferrari e le ginocchia ridotte come ricci spiaccicati da un camion. Per muovermi punto la mano buona sul pavimento e striscio da una parete all’altra, superando macchie di umidità simili a grosse ustioni intrise del mio sangue poi, esausto, resto immobile. Un fantoccio ansimante, fradicio di sudore e sangue. Ogni tanto guardo la luce che entra dalla piccola finestra in alto. L’unico contatto con la realtà, tranne quando arrivano i Suoi scagnozzi. Aprono la porta nera e intonano una cantilena: “arriviamo noi, e per te un altro bucarello, bello bello”. Mi guardano sogghignando e mi sparano ogni volta un colpo solo. Prima le gambe, poi le ginocchia. “Morirai lentamente, soffrendo parecchio” mi ha sussurrato compiaciuto Alfredo. Non sa che le mie fibre nervose funzionano male, che ho il morbo di Marshall dalla nascita e non posso provare alcun dolore. Forse per questo non ho mai preso nulla sul serio. Guardo i due teppisti che mi stanno massacrando e avverto solo una grande debolezza crescere dentro di me. Tra poco mi addormenterò.
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alberto sodani



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MessaggioInviato: Lun 16 Giu 2008 02:50    Oggetto: Cita

Corretto. Sono due brani: stile proverbio buonista e stile Il divo, forse più realistico. Very Happy


    Una gran luce nel buio


Deficiente, gli urlò la signora rialzandosi dalle strisce pedonali, glielo lesse dalle labbra, l’Ipod era al massimo. Si affacciò dall’Hummer nero, le gomme ancora fumanti, e la salutò col medio; dallo specchietto sorrise all’ombrello alzato in risposta. Crepa, vecchia.
Lo schermo del navigatore rilevò un altro autovelox sulla tangenziale; si fermò a malincuore, pensando alla battuta all’orso in montagna dov’era atteso: non vedeva l’ora di sentire il legno del fucile nel palmo e l’odore di rugiada addosso. Ripartì stridendo, le provviste in auto sussultarono: rispettò solo i semafori sorvegliati, inforcandoli uno dietro l’altro, anche l’ultimo, rosso. S’è fatto niente, si giustificò col riflesso dello scooter, speronato all’incrocio, sta ancora in piedi…
Nella notte chiara, i soldatini bianchi appena sniffati lo tenevano sveglio, coi Red Hot Chili Peppers, mentre al discesone del tornante l’aria di resina penetrava i vetri aperti.
Oddio.
Inchiodò. Spense i fari.
Dal cespuglio due occhi bruni e tondi lo fissavano. Scendendo prese delle zollette: si avvicinò con richiami antichi, zoppicando spuntò un cerbiatto. Lo carezzò lasciandogli leccare lo zucchero: trovò lo squarcio alla coscia e sul dorso segni d’artiglio. Un’aquila. Lì ce n’erano. Sollevò in braccio il morbido afrore tremante; malfermo sull’asfalto, non sentì rumore con le cuffie. Vide.
Una gran luce nel buio.
E la sua sagoma si stagliò inerme contro il TIR in corsa.



    Una gran luce nel buio


Deficiente, gli urlò la signora rialzandosi dalle strisce pedonali, glielo lesse dalle labbra, l’Ipod era al massimo. Si affacciò dall’Hummer nero, le gomme ancora fumanti, e la salutò col medio; dallo specchietto sorrise all’ombrello alzato in risposta. Crepa, vecchia.
Lo schermo del navigatore rilevò un altro autovelox sulla tangenziale; si fermò a malincuore, pensando alla battuta all’orso in montagna dov’era atteso: non vedeva l’ora di sentire il legno del fucile nel palmo e l’odore di rugiada addosso. Ripartì stridendo, le provviste in auto sussultarono: rispettò solo i semafori sorvegliati, inforcandoli uno dietro l’altro, anche l’ultimo, rosso. S’è fatto niente, si giustificò col riflesso dello scooter, speronato all’incrocio, sta ancora in piedi…
Nella notte chiara, i soldatini bianchi appena sniffati lo tenevano sveglio, coi Red Hot Chili Peppers, mentre al discesone del tornante l’aria di resina penetrava i vetri aperti.
Oddio.
Inchiodò. Spense i fari.
Dal cespuglio due occhi bruni e tondi lo fissavano. Scendendo prese delle zollette: si avvicinò con richiami antichi, zoppicando spuntò un cerbiatto. Lo carezzò lasciandogli leccare lo zucchero: trovò lo squarcio alla coscia e sul dorso segni d’artiglio. Un’aquila. Lì ce n’erano. Sollevò in braccio il morbido afrore tremante; malfermo sull’asfalto, non sentì rumore con le cuffie. Vide.
Una gran luce nel buio.
La sua sagoma si stagliò inerme contro il TIR.
In corsa verso il fuoristrada.
S’incendiarono davanti a lui.





alberto sodani ha scritto:
Stavolta senza sgarri. Ciao a tutti. Very Happy




    Una gran luce nel buio


Deficiente, gli urlò la signora rialzandosi dalle strisce pedonali ma lo lesse dalle labbra, aveva l’Ipod al massimo. Si affacciò dall’enorme fuoristrada americano con le gomme fumanti e ripartendo la salutò. Dallo specchietto le vide agitare l’ombrello. Sorrise. Ciao vecchia.
Lo schermo del navigatore lampeggiò, all’ennesima telecamera sul viale per uscire di città. Attese il rosso: pensava alla battuta all’orso, in montagna dove l’aspettavano; non vedeva l’ora di sentire nel palmo il legno del fucile e addosso l’odore di rugiada. Ripartì stridendo, le provviste in macchina sussultarono; rispettando i semafori sorvegliati lì inforcò uno dietro l’altro, anche l’ultimo. Rosso. Però senza tele. Dai, si son fatti mica nulla, disse all’immagine riflessa della moto rovesciata, stan su tutti e due…
Nella notte chiara, i soldatini bianchi appena sniffati lo tenevano sveglio coi Red Hot Chili Peppers: sul discesone dopo il tornante l’aria di resina fluttuava dai vetri aperti.
Oddio.
Inchiodò e spense i fari.
Da un cespuglio contromano due occhi bruni e tondi lo fissavano. Aprì, prese delle zollette e si avvicinò con versi antichi. Zoppicando spuntò il cerbiatto. Lo carezzò lasciandogli mangiare lo zucchero; trovò la ferita sulla coscia e i segni d’artiglio sul dorso. Un’aquila. Lì ce n’erano. Sollevò in braccio il morbido afrore tremante.
In mezzo all’asfalto non sentì rumore con le cuffiette. Vide.
Vide una gran luce nel buio.
E la sua sagoma si stagliò inerme contro il TIR in corsa.

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Alberto Sodani

detto il paratattico, (da qualche parte, qui nel forum)
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Lun 16 Giu 2008 16:01    Oggetto: Cita

Provo a decollare, altrimenti attendo fiducioso il massacro. Ciao.

Esagerando
Sono incazzate di brutto. L’ho capito dal gancio sinistro di Claudia. Dal colpo, ho rimbalzato sul muro, terminando con la guancia sul bordo del water.
Marzia appoggia il tacco schiacciandomi la testa sulla ceramica.
─ Sei un bastardo! Ci scopavi tutte e due.
─ Te lo strappo! ─ Grida Claudia, afferrandomelo fuori della patta.
─ Sai come ce ne siamo accorte?
─ N… ─ Biascico.
─ Ci siamo incontrate nella sala d’aspetto del ginecologo: incinte… poi, abbiamo scoperto che il padre, lo stronzo, eri sempre tu.
Non riesco ad articolare con la mandibola storta.
Qualcuno bussa.
─ Aprite. ─ Ordina una voce maschile.
─ Allora? ─ Marzia spalanca la porta e s’immobilizza stupita, fissando mio fratello.
─ Scusate. Dovrei parlare con lui, un minuto, poi continuate…
─ Sono gemelli. ─ Sussurra Claudia, nell’uscire dal bagno.
─ Ma non è che…? ─ Insinua Marzia, lasciando gli uomini da soli.
Mio fratello si china.
─ Non sono interessato al perché ti stanno gonfiando di botte, ─ allarga il colletto bianco, ─ ricordi la gita al convento di Veduggio?
─ Uh.
─ C’era una giovane animatrice che seguiva i ragazzi.
Farfuglio: ─ Roberta… Quella che pensava di farsi suora.
Mio fratello mi spara uno schiaffo. ─ Dovevo confessarla, ma non ha voluto. Mi ha affidato un messaggio ─ e aggiunge: ─ aspetta un bambino… Confido che assumi tutte le tue responsabilità.
Deglutisco: ora lo so, i profilattici adoperati erano difettati e tremo perché quel pacchetto, l’ho usato anche con una quarta ragazza.
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alberto sodani



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MessaggioInviato: Ven 20 Giu 2008 12:10    Oggetto: Cita

    Vieni, Strega


L’acqua scivola intorno alla barca. Dal pontile vede le loro pagaie entrare leggere mentre lei lo guarda cupa, dando il tempo, in prima fila.
Aveva tardato, di nuovo. L’avevano lasciato a terra, di nuovo. E mancava poco alle gare.
Va nella palestra con le vetrate sul lago e sui prati e sulle querce. Gli passano davanti lucidi di sole e la sente urlare numeri alle dieci panche biposto, uno solo vuoto. Impassibile sotto i pesi, gli sguardi di lui e di lei s’incrociano come sciabole. Vorrebbe stare a bordo ma non ci conta. Non si fermano. E neanche lui: fa la doccia solo, appena esce.

– Ti ho già detto che la pagaia non deve entrare storta.
– Guarda che io entro sempre dritto – le sorrise.
– Voi altri smettetela di ridere, e pagaiate. Sembrate bambini, ma da oggi in barca decido io. Sono qui per questo.
Si erano conosciuti così, occhi contro occhi. Poi un SMS di lei: Domani sera alle otto riunione con i più forti per stabilire strategie. La sera della Prima della Carmen, i biglietti pronti da mesi. Spiacente, rispose svogliato. E ancora SMS con altre occasioni d’incontro perse. Perse con sollievo, nonostante lei fosse bellissima. Da fuori.
In palestra. Ascolta i loro scrosci in acqua, ultimo allenamento. E i suoi in doccia.

– Siamo in gara. Dove sei? – Lei è furente al cellulare.
– Mi dispiace, il colpo della Strega, e ho dormito poco. Non hai le riserve?
– Ci giochiamo il titolo, accidenti a te!

– Potevi spegnerlo – sussurra lei leccandogli le cosce.
– No, meglio così. Vieni, Strega
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Alberto Sodani

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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Ven 20 Giu 2008 18:17    Oggetto: Cita

Grazie a tutti per i commenti al mio precedente racconto.
Concordo sempre con tar-alima. Ho esagerato.


Il mostro di Vetterli

Vetterli, il guardiano, osserva l’oceano.
Nuvole nere opprimono il cielo sopra il villaggio.
L’ultima barca rientra nel fiordo, carica di pesci.
Vetterli semina il campo. Un acro ogni settimana.
Prepara dei mucchietti di terra contenenti gli embrioni d’uomini-cane.
I nuovi cuccioli nasceranno con la luna piena; se somigliano più alla bestia che all’uomo, gli sparerà col fucile: il mostro che vive nella grotta sul mare, preferisce gli umani.
Spruzza il campo con un liquido giallastro, grazie alla cisterna che trasporta sulle spalle.
A Vetterli manca mezzo campo, ma ha finito l’urina.
Torna in casa.
Dentro c’è una gabbia con una donna-cane, prigioniera.
Ordina alla donna di mettere fuori i polsi dalle sbarre e l'incatena.
Prima c'era un'altra femmina. Vetterli l’ha uccisa: non ubbidiva.
L’uomo minaccia la novizia. Deve bere molta più acqua: se lui non innaffia a sufficienza, non nasceranno abbastanza bambini da sacrificare, il mostro uscirà in cerca di cibo e nessun peschereccio potrà più salpare.
Vetterli apre la gabbia; srotola la frusta e scortica la schiena della donna.
La lascia svenuta.
L’uomo passeggia vicino al campo, si ritiene fortunato: lo pagano per un lavoro che gli piace.
Un fulmine improvviso lo brucia.

La tempesta è finita, c’è la luna piena e un bambino-cane mastica la carne cotta di Vetterli.
La donna-cane ulula. Presto, i cuccioli cresceranno e gli umani non saranno più sicuri né per mare, né per terra.
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Andrea Cavallini



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MessaggioInviato: Sab 21 Giu 2008 15:30    Oggetto: Cita

La partecipazione al forum ha evidentemente agito sulla mia fantasia, e mi è venuta una seconda idea, che propongo.

P.S. so che ora di chiamano verifiche, ma, ai miei tempi, li chiamavamo compiti in classe.

Andrea

L’ultimo compito
Non eravamo una classe particolarmente unita. Ogni tanto una festa, qualche sbaciucchiamento, ma nulla al confronto con quello che accadde il giorno dell’esame di matematica, una calda e afosa mattina di giugno. A distanza di anni rammento ogni cosa. Il Grande Fetente, Antonugo Fatebenefratelli, sedeva dietro di me. La natura gli aveva rifilato il talento di capire la matematica al volo. In cinque anni di compiti in classe, non aveva passato un beneamato, neanche il più piccolo suggerimento. Sempre chino sul foglio protocollo come un avvoltoio geloso della preda.
Quel giorno era pronto a umiliarci per l’ultima volta.
Tutto iniziò quando il Fetente fece un risolino di scherno.
Il cielo si rannuvolò di colpo e l’orologio a muro, sopra la cattedra, smise di funzionare. Ricordo, ancora rabbrividendo, che, dopo un grosso capogiro, mi sembrava di essere dentro alle menti dei miei compagni. Tutti tranne uno. E il risentimento che albergava dentro di me si fuse in un tutto unico con quello degli altri.
Una violenta folata di vento fece sbattere le finestre dell’aula.
Si esaurì con la velocità del pensiero, lasciandoci intontiti e impauriti.
Un grido strozzato. Tutti ci voltammo verso il Fetente, dalla cui bocca era uscito quel lamento da cinghiale ferito.
“Non è possibile, la calcolatrice si è spenta, il righello è spezzato, le pagine del prontuario sono come incollate, l’inchiostro delle biro si è sciolto….qualcuno mi aiuti!”
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Euridice



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MessaggioInviato: Dom 22 Giu 2008 23:43    Oggetto: Cita

Euridice ha scritto:

− Si va?
− Prima la prova.
− Non sono più una matricola. Vedi i canini?
− E il rivoletto di sangue?
− Non ho fatto ancora colazione.
− Ci sono ottimi dentisti in giro, che ti affilano i denti o te li strappano e ti inseriscono delle protesi.
− Non mento. Ecco la tessera.
− Voglio la prova dello specchio.
− Ci sto.
− Ecco una vetrina.
− Contento? Non si vede nemmeno un millimetro del mio corpo.
− Possiamo andare: le scorte ci attendono… un’ultima cosa.
− Cosa c’è ancora che non va?
− Trasformati in pipistrello.
− Solo se tu ti vaporizzi.
− Le mutazioni a dopo. Monta su.
Jack saltò sulla motozombi di Sam e rombarono verso il laboratorio. I mantelli svolazzavano come ali di falene, lacerando il nero della notte. Sam frenò davanti al portone della Medilab, aprì il sedile e ne estrasse una ventiquattrore e un piede di porco.
− Fai presto che ho fame.
− Dammi solo un attimo.
− Ma non facevamo prima ad azzannare qualcuno?
− Siamo nobili, noi. Questa roba d’altri tempi lasciamola alle sanguisughe.
− I calici di cristallo?
− Nella valigetta.
Sam e Jack entrarono in un labirinto di stanze. Sam fiutò l’aria e poi esclamò:
− È da questa parte. Impara.
Quando Jack aprì la porta non riuscì a trattenere la saliva che traboccava e nel tentativo di frenarla creò un fastidioso gorgoglìo.
− Assaggia!
Sam stappò una provetta e la poggiò sulle labbra di Jack che bevve tutto d’un fiato, poi commentò:
− Sangue d’annata.
− Vedi questi scaffali? Qui ci sono tutti i campioni divisi per Rh. Buon appetito. Bevi quel che vuoi e il resto in saccoccia.
− Cin cin. Bel lavoro il tuo, papà: analista di giorno e …
− … Dracula di notte. Cin cin.

~ ~ ~

− Ehi, Sam, vecchio mio! In ritardo come al solito.
− …
− Hai una brutta cera: hai fatto le ore piccole?
− …
− Ma che hai sulla fronte?
− Cosa?
− Orticaria?
− Non so.
− Stanotte sono entrati i ladri e hanno svuotato lo stanzino.
− Me l’hanno detto.
− Sì, ma non sai tutto.
− E che c’è da sapere? Hanno portato via tutti i campioni…
− Che se ne faranno mai di tutto quel sangue geneticamente modificato? Sai? Quello delle cavie.
A metà giornata Sam fu trasportato in ospedale, preda di una crisi respiratoria. Il suo telefonino squillava di continuo mentre veniva caricato in ambulanza. Ebbe giusto il tempo di leggere chi fosse: “Scuola di Jack”, poi entrò in coma.

Titolo? Forse: Supermarket o Pericolose degustazioni
N.B.
Sul fatto che i due vampiri respirano, pur essendo dei "non morti", se ne può discutere fino alla fine dei tempi (mi pare che l'anno scorso ho aperto una argomento in proposito) e letteratura e cinema sono pieni di contraddizioni di concetto. Quindi mi prendo la piena libertà di far respirare i miei vampiri Mr. Green


1574 sp. incl.

Jack saltò sulla moto di Sam e insieme rombarono verso il laboratorio. I mantelli laceravano il nero della notte come ali di falene. Sam sgommò davanti al portone della Medilab, poi estrasse dal sedile una ventiquattrore e un piede di porco.
− Fai presto che ho fame.
− Dammi solo un attimo.
− Ma non facevamo prima ad azzannare qualcuno?
− Questa roba d’altri tempi lasciamola alle sanguisughe.
− I flute?
− Nella valigetta.
Sam e Jack entrarono in un labirinto di stanze. Sam sniffò l’aria: − Da questa parte.
Jack aprì la porta: la saliva gli traboccò gorgogliando.
Sam stappò una provetta: − Assaggia!
Jack bevve tutto d’un fiato, poi schioccando la lingua commentò: − Sangue d’annata.
− Su questi scaffali ci sono tutti i campioni divisi per Rh. Bevi quel che vuoi e il resto in saccoccia.
− Bello il tuo nuovo lavoro, papà: infermiere di giorno e …
− … Dracula di notte. Cin cin.

− Ehi, Sam, in ritardo stamattina? − disse l’analista.
− …
− Brutta cera: hai fatto le ore piccole?
− …
− Quelle bolle sulla fronte?
Sam con voce distratta e sguardo assonnato continuò a non rispondere.
− Orticaria?
Poi si limitò a un:− Forse.
− Stanotte sono entrati i ladri e hanno svuotato uno stanzino.
− Me l’hanno detto.
− Ma non sai tutto.
Sam si grattò la nuca con movenze infantili, poi incalzò: − E che c’è da sapere? Hanno portato via tutti i campioni.
− Che se ne faranno mai di tutto quel sangue di cavia, geneticamente modificato?
A metà giornata Sam venne portato in ospedale per una grave crisi respiratoria. Il suo telefonino trillava feroce. Sam lesse sul display: “Scuola di Jack”, poi entrò in coma.
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E sognai talmente forte che mi usci' il sangue dal naso (Fiume Sand Creek di Faber)
Marcella Testa
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MessaggioInviato: Mar 24 Giu 2008 23:58    Oggetto: Cita

- Eccoci qui... Siete sempre sintonizzati su Radio Stella, la pattumiera preferita per gettare le vostre delusioni quotidiane . Abbiamo interrotto Anna poco fa, mentre si stava lamentando del suo capo “bastardo dentro e per giunta figlio di puttana”. Anna, sei ancora con noi? –
- Sì, Alex. Però ora non so più cosa dire... tanto è il disgusto che provo. Oltretutto non servirà a nulla averne parlato, perché domani sarà come oggi e come sempre.
La voce del dj diventa più calda. – Lo sai che abbattersi è la prima battaglia persa. Vero? C’è qualche ascoltatore che vuole aiutare Anna e dire la sua? –
Un cenno d’intesa tra il dj e l’assistente di studio annuncia una nuova telefonata.
- Anna, non ti demoralizzare, stanno arrivando i nostri. Ciao. Chi sei?”-
Una voce maschile, allegra e scanzonata, fa vibrare le onde radio di nuove emozioni. –Ciao a tutti. Sono Michele e faccio il barista. Vi dice qualcosa il lavoro che faccio? –
- Dipende, Michele. Se prima hai sentito l’intervento di Anna avrai capito che le categorie dei baristi e delle stagiste sono bistrattate questa sera. Abbiamo il capo di Anna, che oltre a essere una persona volgare e piena di sé, ama rubare le idee delle proprie collaboratrici e farle sue, vantandosi al bar di essersi fatto da sé e di non essersi accontentato di lavori “dozzinali” come questi. Tu che ne pensi? –
- Penso che per prima cosa vorrei il numero di cellulare di Anna, perché da domani sono sicuro che non vorrà più fare colazione nel bar in cui lavoro. E per seconda sono felice di sapere che il suo capo si trova in autostrada, bloccato in colonna per un incidente. Se tutto andrà per il verso giusto, le 60 gocce di Guttalax, con cui ho corretto il caffè, dovrebbero iniziare a fare effetto. Spero che non vi siano autogrill nelle vicinanze...

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Swami & Giò
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Ven 27 Giu 2008 05:16    Oggetto: Cita

Il mostro di Vetterli

Vetterli, il guardiano, osserva l’oceano.
Nuvole nere opprimono il cielo sopra il villaggio.
L’ultima barca rientra nel fiordo, carica di pesci.
Vetterli semina il campo. Un acro ogni settimana.
Prepara dei mucchietti di terra contenenti gli embrioni d’uomini-cane.
I nuovi cuccioli nasceranno con la luna piena; se somigliano più alla bestia che all’uomo, gli sparerà: il mostro che vive nella grotta sul mare, preferisce gli umani.
Vetterli spruzza il campo con un liquido giallastro.
Gli manca mezzo campo, ma la cisterna, che trasporta sulle spalle, è vuota.
Torna in casa.
Dentro c’è una gabbia con una donna-cane, prigioniera.
Ordina alla donna di mettere fuori i polsi dalle sbarre e l'incatena.
Prima c'era un'altra femmina. Vetterli l’ha uccisa: non ubbidiva.
L’uomo minaccia la novizia. Deve bere molta più acqua: se lui non innaffia a sufficienza, non nasceranno abbastanza bambini da sacrificare, il mostro uscirà in cerca di cibo e nessun peschereccio potrà più salpare.
Vetterli apre la gabbia; srotola la frusta e scortica la schiena della donna.
La lascia svenuta.
L’uomo torna nel campo, si ritiene fortunato: lo pagano per un lavoro che gli piace.

Il mondo pare fermarsi, quando un fulmine improvviso brucia Vetterli.

La tempesta è finita, c’è la luna piena e un bambino-cane mastica la carne cotta di Vetterli.
La donna-cane ulula. I cuccioli strisciano nel fango. Presto, gli umani non saranno più sicuri, né per mare, né per terra.




Claudio Costa ha scritto:



Il mostro di Vetterli

Vetterli, il guardiano, osserva l’oceano.
Nuvole nere opprimono il cielo sopra il villaggio.
L’ultima barca rientra nel fiordo, carica di pesci.
Vetterli semina il campo. Un acro ogni settimana.
Prepara dei mucchietti di terra contenenti gli embrioni d’uomini-cane.
I nuovi cuccioli nasceranno con la luna piena; se somigliano più alla bestia che all’uomo, gli sparerà col fucile: il mostro che vive nella grotta sul mare, preferisce gli umani.
Spruzza il campo con un liquido giallastro, grazie alla cisterna che trasporta sulle spalle.
A Vetterli manca mezzo campo, ma ha finito l’urina.
Torna in casa.
Dentro c’è una gabbia con una donna-cane, prigioniera.
Ordina alla donna di mettere fuori i polsi dalle sbarre e l'incatena.
Prima c'era un'altra femmina. Vetterli l’ha uccisa: non ubbidiva.
L’uomo minaccia la novizia. Deve bere molta più acqua: se lui non innaffia a sufficienza, non nasceranno abbastanza bambini da sacrificare, il mostro uscirà in cerca di cibo e nessun peschereccio potrà più salpare.
Vetterli apre la gabbia; srotola la frusta e scortica la schiena della donna.
La lascia svenuta.
L’uomo passeggia vicino al campo, si ritiene fortunato: lo pagano per un lavoro che gli piace.
Un fulmine improvviso lo brucia.

La tempesta è finita, c’è la luna piena e un bambino-cane mastica la carne cotta di Vetterli.
La donna-cane ulula. Presto, i cuccioli cresceranno e gli umani non saranno più sicuri né per mare, né per terra.

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Claudio Costa
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Lun 30 Giu 2008 06:05    Oggetto: Cita

Il mostro di Vetterli

Vetterli, il guardiano, osserva l’oceano.
Nuvole nere opprimono il cielo sopra il villaggio.
L’ultima barca rientra nel fiordo, carica di pesci.
Vetterli semina il campo. Un acro a settimana.
Prepara dei mucchietti di terra contenenti gli embrioni d’uomini-cane.
I nuovi cuccioli nasceranno con la luna piena; se assomigliano più alla bestia che all’uomo, gli sparerà: il mostro che vive nella grotta sul mare, preferisce gli umani.
Vetterli spruzza il campo con un liquido giallastro.
Gli manca mezzo campo, ma nella cisterna, che trasporta sulle spalle, è finita l'urina.
Torna in casa.
Dentro c’è una gabbia con una donna-cane, prigioniera.
Ordina alla donna di mettere fuori i polsi dalle sbarre e l'incatena.
Prima c'era un'altra femmina. L’ha uccisa: non ubbidiva.
L’uomo minaccia la novizia. Deve bere molta più acqua: se lui non innaffia a sufficienza, non nasceranno abbastanza bambini da sacrificare, il mostro uscirà in cerca di cibo e nessun peschereccio potrà più salpare.
Vetterli apre la gabbia; srotola la frusta e scortica la schiena della donna.
La lascia svenuta.
L’uomo ritorna nel campo, si ritiene fortunato: lo pagano per un lavoro che gli piace.
Scruta la tempesta imminente.
Un fulmine improvviso lo brucia.

Il vento, infine, sgombra le nubi. Compare la luna piena.
Un bambino-cane mastica la carne cotta di Vetterli.
La donna-cane ulula.
I cuccioli strisciano nel fango. Presto, gli umani non saranno più sicuri né per mare, né per terra.






Claudio Costa ha scritto:
Il mostro di Vetterli

Vetterli, il guardiano, osserva l’oceano.
Nuvole nere opprimono il cielo sopra il villaggio.
L’ultima barca rientra nel fiordo, carica di pesci.
Vetterli semina il campo. Un acro ogni settimana.
Prepara dei mucchietti di terra contenenti gli embrioni d’uomini-cane.
I nuovi cuccioli nasceranno con la luna piena; se somigliano più alla bestia che all’uomo, gli sparerà: il mostro che vive nella grotta sul mare, preferisce gli umani.
Vetterli spruzza il campo con un liquido giallastro.
Gli manca mezzo campo, ma la cisterna, che trasporta sulle spalle, è vuota.
Torna in casa.
Dentro c’è una gabbia con una donna-cane, prigioniera.
Ordina alla donna di mettere fuori i polsi dalle sbarre e l'incatena.
Prima c'era un'altra femmina. Vetterli l’ha uccisa: non ubbidiva.
L’uomo minaccia la novizia. Deve bere molta più acqua: se lui non innaffia a sufficienza, non nasceranno abbastanza bambini da sacrificare, il mostro uscirà in cerca di cibo e nessun peschereccio potrà più salpare.
Vetterli apre la gabbia; srotola la frusta e scortica la schiena della donna.
La lascia svenuta.
L’uomo torna nel campo, si ritiene fortunato: lo pagano per un lavoro che gli piace.

Il mondo pare fermarsi, quando un fulmine improvviso brucia Vetterli.

La tempesta è finita, c’è la luna piena e un bambino-cane mastica la carne cotta di Vetterli.
La donna-cane ulula. I cuccioli strisciano nel fango. Presto, gli umani non saranno più sicuri, né per mare, né per terra.




Claudio Costa ha scritto:



Il mostro di Vetterli

Vetterli, il guardiano, osserva l’oceano.
Nuvole nere opprimono il cielo sopra il villaggio.
L’ultima barca rientra nel fiordo, carica di pesci.
Vetterli semina il campo. Un acro ogni settimana.
Prepara dei mucchietti di terra contenenti gli embrioni d’uomini-cane.
I nuovi cuccioli nasceranno con la luna piena; se somigliano più alla bestia che all’uomo, gli sparerà col fucile: il mostro che vive nella grotta sul mare, preferisce gli umani.
Spruzza il campo con un liquido giallastro, grazie alla cisterna che trasporta sulle spalle.
A Vetterli manca mezzo campo, ma ha finito l’urina.
Torna in casa.
Dentro c’è una gabbia con una donna-cane, prigioniera.
Ordina alla donna di mettere fuori i polsi dalle sbarre e l'incatena.
Prima c'era un'altra femmina. Vetterli l’ha uccisa: non ubbidiva.
L’uomo minaccia la novizia. Deve bere molta più acqua: se lui non innaffia a sufficienza, non nasceranno abbastanza bambini da sacrificare, il mostro uscirà in cerca di cibo e nessun peschereccio potrà più salpare.
Vetterli apre la gabbia; srotola la frusta e scortica la schiena della donna.
La lascia svenuta.
L’uomo passeggia vicino al campo, si ritiene fortunato: lo pagano per un lavoro che gli piace.
Un fulmine improvviso lo brucia.

La tempesta è finita, c’è la luna piena e un bambino-cane mastica la carne cotta di Vetterli.
La donna-cane ulula. Presto, i cuccioli cresceranno e gli umani non saranno più sicuri né per mare, né per terra.

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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Lun 30 Giu 2008 06:14    Oggetto: Cita

Esagerando

Sono incazzate di brutto. L’ho capito dal pugno di Claudia: ho rimbalzato sul muro, terminando con la guancia sul bordo del water.
Marzia mi schiaccia la testa col tacco.
─ Bastardo! Ci scopavi tutte e due.
─ Te lo strappo! ─ grida Claudia, tirandomelo fuori dalla patta.
─ Sai come ce ne siamo accorte?
Mugugno inghiottendo sangue.
─ Ci siamo incontrate dal ginecologo: incinte… il padre, lo stronzo, eri sempre tu.
Non riesco ad articolare con la mandibola storta.
Qualcuno bussa.
─ Aprite! ─ ordina una voce maschile.
─ Allora? ─ Marzia spalanca la porta e s’immobilizza fissando mio fratello.
─ Scusate. Dovrei parlare con lui, un minuto, poi continuate…
─ Sono gemelli. ─ sussurra Claudia, uscendo dal bagno.
─ Ma non è che? ... ─ insinua Marzia, lasciando gli uomini da soli.
Mio fratello, chinandosi, allarga il colletto bianco.
─ Non sono interessato al perché ti stiano gonfiando di botte. Ricordi la gita al convento di Veduggio?
─ Uh.
─ C’era una giovane animatrice che seguiva i ragazzi.
Farfuglio: ─ Roberta… Voleva farsi suora.
Mio fratello mi spara uno schiaffo. ─ Dovevo confessarla, ma non ha voluto. Mi ha affidato un messaggio. ─ sibila: ─ Aspetta un bambino… Confido ti assuma questa responsabilità.
Deglutisco: i profilattici erano difettati.
Tremo, perché li ho usati anche con un’altra ragazza.


Esagerando (finale alternativo)

Sono incazzate di brutto. L’ho capito dal pugno di Claudia: ho rimbalzato sul muro, terminando con la guancia sul bordo del water.
Marzia mi schiaccia la testa col tacco.
─ Bastardo! Ci scopavi tutte e due.
─ Te lo strappo! ─ grida Claudia, tirandomelo fuori dalla patta.
─ Sai come ce ne siamo accorte?
Mugugno.
─ Ci siamo incontrate dal ginecologo: incinte… il padre, lo stronzo, eri sempre tu.
Non riesco ad articolare con la mandibola storta.
Qualcuno bussa.
─ Aprite! ─ ordina una voce maschile.
─ Allora? ─ Marzia spalanca la porta e s’immobilizza fissando mio fratello.
─ Scusate. Dovrei parlare con lui, un minuto, poi continuate…
─ Sono gemelli. ─ sussurra Claudia, uscendo dal bagno.
─ Ma non è che? ... ─ insinua Marzia, lasciando gli uomini da soli.
Mio fratello, chinandosi, allarga il colletto bianco.
─ Non sono interessato al perché ti stiano gonfiando di botte. Ricordi la gita al convento di Veduggio?
─ Uh.
─ C’era una giovane animatrice che seguiva i ragazzi.
Farfuglio: ─ Roberta… Voleva farsi suora.
Mio fratello mi spara uno schiaffo. ─ Dovevo confessarla, ma non ha voluto. Mi ha affidato un messaggio. ─ sibila: ─ Aspetta un bambino… Confido ti assuma questa responsabilità.
Deglutisco: i profilattici erano difettati.
Tremo: sono a rischio.
Li ho usati anche con Lorena. Il più bel travestito della zona.



Claudio Costa ha scritto:


Esagerando
Sono incazzate di brutto. L’ho capito dal gancio sinistro di Claudia. Dal colpo, ho rimbalzato sul muro, terminando con la guancia sul bordo del water.
Marzia appoggia il tacco schiacciandomi la testa sulla ceramica.
─ Sei un bastardo! Ci scopavi tutte e due.
─ Te lo strappo! ─ Grida Claudia, afferrandomelo fuori della patta.
─ Sai come ce ne siamo accorte?
─ N… ─ Biascico.
─ Ci siamo incontrate nella sala d’aspetto del ginecologo: incinte… poi, abbiamo scoperto che il padre, lo stronzo, eri sempre tu.
Non riesco ad articolare con la mandibola storta.
Qualcuno bussa.
─ Aprite. ─ Ordina una voce maschile.
─ Allora? ─ Marzia spalanca la porta e s’immobilizza stupita, fissando mio fratello.
─ Scusate. Dovrei parlare con lui, un minuto, poi continuate…
─ Sono gemelli. ─ Sussurra Claudia, nell’uscire dal bagno.
─ Ma non è che…? ─ Insinua Marzia, lasciando gli uomini da soli.
Mio fratello si china.
─ Non sono interessato al perché ti stanno gonfiando di botte, ─ allarga il colletto bianco, ─ ricordi la gita al convento di Veduggio?
─ Uh.
─ C’era una giovane animatrice che seguiva i ragazzi.
Farfuglio: ─ Roberta… Quella che pensava di farsi suora.
Mio fratello mi spara uno schiaffo. ─ Dovevo confessarla, ma non ha voluto. Mi ha affidato un messaggio ─ e aggiunge: ─ aspetta un bambino… Confido che assumi tutte le tue responsabilità.
Deglutisco: ora lo so, i profilattici adoperati erano difettati e tremo perché quel pacchetto, l’ho usato anche con una quarta ragazza.

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Claudio Costa
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valdam



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MessaggioInviato: Mar 01 Lug 2008 12:09    Oggetto: Cita

valdam ha scritto:
1584 (siamo leggermente fuori)

No, non era stato per soldi, come tutti pensavano.
Amavo in lui le mani grandi, forti, e la pelle dura, scurita dagli anni e dal sole. Mi piaceva il modo in cui mi chiamava a sé, quando aveva voglia di toccarmi. Sapeva disporre delle persone che aveva attorno, a casa e in ufficio, e questo mi affascinava in modo totale.
Però poi non era stato facile. Vivere con lui, nell’enorme villa. Condividere i suoi spazi, che restavano suoi, qualsiasi cosa io facessi, e cercare uno spicchio della sua attenzione. Quando cercavo di parlargli, non era mai il momento giusto: stava lavorando, leggendo qualcosa di importante, ascoltando radio o televisione in maniera non rinviabile.
Sollevava appena la mano, senza guardarmi. “Perdonami, Nora”, mi diceva, e con questa frase chiudeva ogni possibilità di ascolto. Era un gesto così ricorrente, sempre uguale e sempre accompagnato dalla stessa frase, che ormai prima ancora che lui lo facesse mi sembrava di vederlo. Quelle parole e quella mano sollevata. Le odiavo, adesso, quelle dita.
Cercavo di trovare qualcosa da fare. Leggevo molto, seguivo il giardino. Mi mettevo a leggere nella sala del camino: lì dentro mi sentivo protetta e ci restavo con piacere a lungo.
Ero lì, alla mia poltrona, quel pomeriggio. Gli occhi bassi su un libro molto bello, i suoi passi sulla soglia della sala. “Nora... Nora... Ho bisogno d’aiuto...”. Non ci ho dovuto pensare, ho aperto appena la mano in un gesto di attesa e poi: “Perdonami, Giulio”.
Il mio sguardo non si è mosso. Non l’ho visto cadere, ho solo sentito il rumore del suo grande corpo che crollava.


1529 battute:
No, non era stato per soldi, come tutti pensavano.
Amavo in lui le mani grandi, forti, e la pelle dura, scurita dagli anni e dal sole. Mi piaceva il modo in cui mi chiamava a sé, quando aveva voglia di toccarmi. Sapeva disporre delle persone che aveva attorno, a casa e in ufficio, e questo mi affascinava in modo totale.
Però poi non era stato facile. Vivere con lui, nell’enorme villa. Condividere gli spazi, che restavano suoi, qualsiasi cosa io facessi, e cercare uno spicchio della sua attenzione. Quando cercavo di parlargli, non era mai il momento giusto: stava lavorando, leggendo qualcosa di importante, ascoltando radio o televisione. E non poteva rinviare.
Sollevava appena la mano, senza guardarmi. “Perdonami, Nora”, mi diceva, e con questa frase chiudeva ogni possibilità di ascolto. Era un gesto ricorrente, sempre uguale e sempre accompagnato dalla stessa frase: ormai prima ancora che lui lo facesse mi sembrava di vederlo. Quelle parole e quella mano sollevata. Le odiavo, adesso, quelle dita.
Cercavo qualcosa da fare. Leggevo molto, seguivo il giardino. Mi mettevo con un libro nella sala del camino: lì dentro mi sentivo protetta e ci restavo con piacere a lungo.
Ero lì, alla mia poltrona, quel pomeriggio. Gli occhi bassi su un romanzo, i suoi passi sulla soglia della sala. “Nora... Nora... Ho bisogno d’aiuto...”. Non ci ho dovuto pensare, ho aperto appena la mano in un gesto di attesa e poi: “Perdonami, Giulio”.
Il mio sguardo non si è mosso. Non l’ho visto cadere, ho solo sentito il suo corpo crollare.

(grazie soprattutto a Gabriella, Alberto, Andrea)
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Valentina M. D'Amico
http://valentinadamico.altervista.org/
Se non puoi uscire dal tunnel, arredalo. - Aforisma letto nel forum.
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Matteo Mascheroni



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Messaggi: 511
Località: Cantù (Co)

MessaggioInviato: Mar 01 Lug 2008 14:23    Oggetto: Cita

Matteo Mascheroni ha scritto:


Quel giorno la Morte si alzò di controvoglia: aveva molto lavoro da fare.
Si lavò, si infilò la tunica e cercò il primo nome sulla lista: Gualtiero Ghetti, casa di riposo.
Imbracciò la falce e uscì sbuffando.
L'umidità le aveva procurato i reumatismi, perciò decise di prendere un taxi. Contò novantasette rifiuti. Sempre così, i tassiti: appena la vedono sbarrano gli occhi e poi via a tavoletta.
Giunse al Castello del Riposo in ritardo di un'ora. Non era mai puntuale. Suonò il campanello.
- Sì, chi è?
- Sì, salve. Sono la morte. Sto cercando il signor Ghetti.
La vedevano spesso da quelle parti. Alla reception le indicarono il numero di stanza.
Bussò. Un sussurro la invitò a entrare.
Aperta la porta fu avvolta dall'oscurità.
Sulla poltrona accanto alla scrivania era seduto un vecchio in pigiama. La luce della lampada lasciava il volto in ombra.
- Signor Ghetti?
- Sono io.
- E' giunta la sua ora.
Pronunciò la formula di rito per l'ennesima volta, senza particolare emozione.
E uno è andato. Solo altri trentasei.
- Io non vado da nessuna parte.
Anche quella risposta le suonò familiare.
Cominciò a non capire quando l'uomo estrasse un lungo coltello da cucina. Poi, la luce della stanza si accese e di colpo si trovò circondata da un esercito di vecchietti armati dei più disparati oggetti contundenti.
Forse avrei fatto meglio a rimanere a letto.
- Ora basta. Siamo stufi.
Una veloce occhiata alla lista la informò che la sua etica professionale le avrebbe permesso di colpire solo il signor Ghetti.
Avrei dovuto ascoltare papà e fare l'avvocato! pensò.


Posto la seconda versione, riveduta in virtù dei vostri tips! Avrei voluto rivederla un po' meglio, ma non ho tempo!!

Quel giorno si alzò controvoglia: aveva molto lavoro da fare.
Si lavò, si infilò la tunica e cercò il primo nome sulla lista: Gualtiero Ghetti, casa di riposo.
Imbracciò la falce e uscì sbuffando.
L'umidità le procurava i reumatismi, perciò prese un taxi. Contò novantasette rifiuti. Sempre così, i taxisti: appena la vedono sbarrano gli occhi e via a tavoletta.
Giunse al Castello del Riposo in ritardo di un'ora. Non era mai puntuale. Suonò il campanello.
- Sì, chi è?
- Sì, salve. Sono la morte. Cerco il signor Ghetti.
La vedevano spesso da quelle parti. Alla reception le indicarono il numero di stanza.
Bussò. Un sussurro la invitò a entrare.
Aperta la porta l'oscurità l'avvolse.
Accanto alla scrivania era seduto un vecchio in pigiama. La luce della lampada lasciava il volto in ombra.
- Signor Ghetti?
- Sono io.
- E' giunta la sua ora.
Pronunciò la formula di rito per l'ennesima volta, senza emozione.
E uno è andato. Solo altri trentasei.
- Io non vado da nessuna parte.
Anche quella risposta le suonò familiare.
La situazione cominciò a sfuggirle quando l'uomo estrasse un lungo coltello da cucina. Poi, la luce della stanza si accese e di colpo si trovò circondata da un esercito di vecchietti armati dei più disparati oggetti contundenti.
- Ora basta. Siamo stufi.
Partirono all'attacco.
Una veloce occhiata alla lista la informò che la sua etica professionale le avrebbe permesso di colpire solo il signor Ghetti.
Avrei dovuto ascoltare papà e fare il contadino!


Ciao ciao
_________________
“Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?” domandò Leo.
“Sono un clown” risposi, “e faccio raccolta di attimi.”

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alberto sodani



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MessaggioInviato: Mer 02 Lug 2008 16:02    Oggetto: Cita

Mah... Very Happy


    Vieni qui, Strega



L’acqua scivola intorno alla barca. Dal pontile vede le loro pagaie entrare leggere mentre lei lo guarda cupa, dando il tempo, in prima fila.
Ha tardato, di nuovo. E l’hanno lasciato a terra, di nuovo. E manca poco alle gare.
Va nella palestra con le vetrate sul lago e sui prati e sulle querce. Gli passano davanti lucidi di sole e la sente urlare numeri alle dieci panche biposto, uno solo vuoto. Immobile sotto i pesi, gli sguardi di lui e di lei s’incrociano come sciabole. Vorrebbe stare a bordo ma non ci conta. Non si fermano. E neanche lui: fa la doccia solo.

– Ti ho già detto che la pagaia non deve entrare storta.
– Guarda che io entro sempre dritto – le sorrise.
– Voi altri smettetela di ridere, e pagaiate. Sembrate bambini ma da oggi in barca decido io. Mi avete chiamato apposta…
Si erano conosciuti così, occhi contro occhi. Poi un SMS di lei: Domani sera alle otto riunione con i più forti per stabilire strategie. La stessa sera della Carmen, i biglietti in mano da mesi. Spiacente, rispose svogliato. E vennero altri SMS e altre occasioni d’incontro perse. Perse con sollievo, nonostante lei fosse bellissima. Per gli altri.
In palestra sente l’eco dei loro scrosci nell’acqua, ultimo allenamento. Poi i suoi nella doccia.


– Siamo in gara, alla finale. Dove sei? – Lei è furente al cellulare.
– A letto; scusami, il colpo della Strega. Però hai le riserve…
– Così perdiamo!
– Era Miss Muscolo, vero? – sussurra la donna leccandogli le cosce. – Piangeva per te…
– Già... Vieni qui, Strega.






alberto sodani ha scritto:
    Vieni, Strega


L’acqua scivola intorno alla barca. Dal pontile vede le loro pagaie entrare leggere mentre lei lo guarda cupa, dando il tempo, in prima fila.
Aveva tardato, di nuovo. L’avevano lasciato a terra, di nuovo. E mancava poco alle gare.
Va nella palestra con le vetrate sul lago e sui prati e sulle querce. Gli passano davanti lucidi di sole e la sente urlare numeri alle dieci panche biposto, uno solo vuoto. Impassibile sotto i pesi, gli sguardi di lui e di lei s’incrociano come sciabole. Vorrebbe stare a bordo ma non ci conta. Non si fermano. E neanche lui: fa la doccia solo, appena esce.

– Ti ho già detto che la pagaia non deve entrare storta.
– Guarda che io entro sempre dritto – le sorrise.
– Voi altri smettetela di ridere, e pagaiate. Sembrate bambini, ma da oggi in barca decido io. Sono qui per questo.
Si erano conosciuti così, occhi contro occhi. Poi un SMS di lei: Domani sera alle otto riunione con i più forti per stabilire strategie. La sera della Prima della Carmen, i biglietti pronti da mesi. Spiacente, rispose svogliato. E ancora SMS con altre occasioni d’incontro perse. Perse con sollievo, nonostante lei fosse bellissima. Da fuori.
In palestra. Ascolta i loro scrosci in acqua, ultimo allenamento. E i suoi in doccia.

– Siamo in gara. Dove sei? – Lei è furente al cellulare.
– Mi dispiace, il colpo della Strega, e ho dormito poco. Non hai le riserve?
– Ci giochiamo il titolo, accidenti a te!

– Potevi spegnerlo – sussurra lei leccandogli le cosce.
– No, meglio così. Vieni, Strega

_________________
Alberto Sodani

detto il paratattico, (da qualche parte, qui nel forum)
fatti non foste a viver come bruti...
Festina lente...
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Paolo Veroni



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MessaggioInviato: Lun 07 Lug 2008 14:05    Oggetto: Cita

Salve a tutti! Non è da molto che sono iscritto a questo forum e per ora non ho fatto altro che leggere le discussioni più interessanti, da cui devo ammettere di averne già tratto diversi insegnamenti.
Quindi, chiaro di essere alle primissime armi, mi sono chiesto: perché non iniziare il mio viaggio nella palestra letteraria?
Ecco qui quello che ho combinato. Spero di aver azzeccato l'argomento.

Mutanti

– Ora sarebbe meglio che tu abbassassi quell'arma! – disse Luca, cercando di non far trasparire la paura. Forse aveva ancora qualche possibilità di uscirne.
– Non aggravare la situazione. Tra poco saranno qui gli agenti, non vorrai farti trovare ancora con quella pistola a ioni nella mano? Sai, su questo pianeta non fanno molti complimenti ai criminali!

Mirco abbassò lo sguardo allentando la tensione sul braccio teso verso l'uomo, che sapeva aver fatto uccidere suo padre.
– Io... io non sono un criminale. – una lacrima scivolò velocemente lungo il viso esitando sul mento. – Tu, sei un criminale! – urlò Mirco traboccante di rabbia. – Lui non aveva nessuna colpa, maletto mutante! Hai usato la sua forma per i tuoi sporchi lavori e ora pagherai!

– Mi spiace che tu lo abbia capito solo ora! Ma dimmi, sei così sicuro di volermi sparare? – il volto di Luca e i capelli argentati si liquefarono.
Mirco spalancò la bocca ed esitò, di fronte alla sua più profonda paura: se stesso.
Un paio di impulsi a ioni risuonarono nel locale innaturalmente silenzioso, dove qualche istante dopo gli agenti irruppero con i fucili spianati, esortando a chiunque di gettare a terra le armi.
Un uomo di mezza età, con l'uniforme da squadra speciale, si allontanò dal ragazzo riverso a terra con una bruciatura in pieno stomaco.
– Si è sparato! – disse a un agente. E se ne andò asciugandosi le lacrime.
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