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Il primo racconto


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Franco Forte



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MessaggioInviato: Ven 11 Apr 2008 12:36    Oggetto: Il primo racconto Cita

L'idea è questa: di seguito trovate i primi due capitoli di un racconto che farà da base di partenza per l'antologia.
Da questa prima storia si svilupperanno anche le altre, con altri eprsonaggi di contorno, che ognuno potrà scegliere liberamente.
Ma prima, occorre che questa bozza di racconto, che ho scritto io, sia completata.
Voglio coinvolgere gli autori anche in questo, come primo passo fondamentale.
Leggete questi primi due capitoli, e se vi va provate a rendere in maniera compiuta il racconto, continuandolo e sviluppandolo. Potete inserire in questo stesso thread i vostri "seguiti", per un massimo di 15.000 battute (esclusa la parte già scritta dal sottoscritto).
Il migliore sarà scelto per apparire come primo racconto dell'antologia, e sarà firmato da me e dall'autore/autrice selezionato/a.
A quel racconto dovranno poi ispirarsi tutti gli altri.
Ecco il testo e... buona scrittura a tutti!

WALDSTEIN

1

Sul pianerottolo, davanti alla porta rivestita in legno, l’uomo che quel giorno si faceva chiamare Joachim Waldstein cominciò a spogliarsi. Era l’una di notte. Fuori dell’edificio la città si stagliava nell’alone traslucido dello smog, un collare d’organza che soltanto la pioggia avrebbe potuto spazzare via.
Waldstein era concentrato, e le sue labbra carnose si muovevano nella penombra lasciando esalare un filo di voce mentre si spogliava.
Intendersela con le ragazze, litigare con gli uomini, aver più credito che denaro… Così va avanti il mondo.
Cantava l’aria per basso Mit Mädeln sich vertragen, un’opera giovanile di Beethoven con testo di Goethe, e le parole suonavano rauche nelle cavità oscure della sua mente.
Su un gradino aveva impilato ordinatamente la giacca grigia, i pantaloni, la camicia, la cravatta. Le scarpe erano più sotto, con i calzini arrotolati dentro. Waldstein non indossava la canottiera, e prima di sfilarsi i boxer prese un lungo respiro e concluse il motivo dell’aria Intendersela con le ragazze. Era un brano molto semplice, cosparso di esuberanza giovanile, pensato per un basso e un’orchestra composta da archi, oboi e corni. Nel catalogo delle opere compariva con la sigla WoO 90. Beethoven l’aveva composta all’età di 22 anni.
Piegò anche i boxer, li depose sulla camicia con il colletto inamidato e si raddrizzò, lisciandosi all’indietro i lunghi capelli neri. Non li tagliava da quattro anni, e quando era nudo gli sfioravano la schiena in modo sensuale.
Adesso era pronto. Il ritmo della musica, l’allegro vivace animoso dell’incipit, gli scorreva nel sangue.
— Sì — annuì l’uomo che quel giorno si faceva chiamare Joachim Waldstein. — Ci siamo.
Avanzò a piedi nudi sul pianerottolo e si accostò alla porta. Dopo avere infilato la mascherina nera sul viso bussò quattro volte, come convenuto.
Non dovette attendere più di una manciata di secondi. La donna che comparve nella losanga di luce era alta e dinoccolata. Si stagliava come un’affilata ombra cinese. Waldstein vide la catenella della porta tendersi fino alla portata massima. La donna, che indossava una maschera d’avorio dipinta a mano, abbassò gli occhi e cominciò a farli scorrere sul corpo nudo di Joachim.
— Voltati, tesoro — disse quando fu arrivata alla radice dei capelli.
Waldstein obbedì in silenzio. Il freddo gli correva nella ossa filtrando dai talloni, e altre arie musicali premevano nei corridoi sconfinati della sua mente, ma si sforzò di tenerle sotto controllo.
— Va bene — disse finalmente la donna richiudendo la porta e riaprendola dopo aver sfilato la catenella. Anche lei era nuda, a parte un collare di cuoio e un paio di sandali dal tacco alto. — Entra. Gli altri sono qui già da un pezzo.
Waldstein non sorrise. Non annuì. Si limitò a entrare nel lago di luce dell’appartamento, le cui propaggini traboccavano andando a morire sul gelido pianerottolo.


2

La sala era gremita all’inverosimile. Dalle ampie vetrate si poteva scorgere la mezzaluna orientale della città, i lontani sobborghi pieni di tafferugli notturni e le macchie di luce indistinte dell’aeroporto.
I camerieri, i soli abbigliati di tutto punto e senza maschera, giravano tra gli invitati reggendo vassoi d’argento, e quando uno di loro passò accanto a Waldstein, questi allungò la mano e raccolse un calice di champagne. L’assaggiò in punta di lingua, frenando la tentazione di seguire il ritmo della musica che si sprigionava dagli altoparlanti facendo danzare la mano nell’aria, allo stesso modo in cui le bollicine dello champagne veleggiavano verso morte certa nel lungo calice ambrato.
Il salone era grande e arredato con gusto, Dominique ci sapeva fare. Lui le aveva dato qualche consiglio, ma alla fine aveva dovuto arrendersi all’evidenza: la modestia di quella donna eguagliava il suo occhio elegante. Si fermò quando vide un dipinto alla parete, certamente una copia di pregio di un quadro del rinascimento. Rappresentava una donna su un campo di battaglia, con le braccia spalancate e l’espressione inerme. Sotto il suo ginocchio c’erano le rovine di un edificio, e da esse spuntava il braccio di un uomo esangue.
— I nordici amano tutto ciò che è fuori e oltre la natura.
Waldstein sobbalzò. Non si era avveduto della donna che l’aveva avvicinato. Era più bassa di lui di una spanna, ma aveva il profilo affilato, tagliato a doppia lama, che spuntava da una minuscola mascherina di raso rosso. Indossava un body attillato che la ricopriva tutta, ma le cui trasparenze rilucevano nei riflessi chiaroscuri della sala, illuminata da antichi candelabri disposti un po’ ovunque. Ai piedi calzava platform trasparenti, e nella zeppa di plastica, alta almeno dieci centimetri, minuscole creature scarlatte navigavano in un liquido amniotico.
La ragazza sorrideva e lo guardava con gli occhi obliqui.
— Delacroix — spiegò. — Credo si riferisse a Edgar Allan Poe, ma quando ha dipinto quel quadro forse nutriva già in sé il germe del risentimento.
Waldstein tornò a guardare la donna sulla tela, la veste aperta sul seno, il moro alle sue spalle che teneva una mano sull’impugnatura della spada.
— Davvero notevole — disse, lisciandosi all’indietro i capelli in un gesto meccanico. La donna al suo fianco sembrò fremere di desiderio. Succedeva sempre.
— S’intitola “La Grecia morente a Missolungi”. Non è il mio preferito. Delacroix ha fatto di meglio.
Waldstein sorrise. Adesso erano le donne a cacciare gli uomini. E per lui tutto diventava ancora più facile.
Il party spumeggiava attorno a loro, ma Waldstein si rese conto che la donna l’attraeva. Era appena arrivato e già sentiva il bisogno di appartarsi in una delle piccole stanze rivestite di velluto che si aprivano lungo i corridoi dell'appartamento.
— C’è molto rumore, qui — disse porgendole il braccio. — Andiamo da qualche parte a fare due chiacchiere? Ancora non ci siamo presentati.
— Laura — disse lei, seguendolo con gli occhi che brillavano dietro la mascherina. — Il resto non ha importanza.
L’opera numero otto, la serenata per trio d’archi in re maggiore, attaccò nel cervello di Waldstein intonandosi alla sua andatura. Era uno di quegli atti di musica evanescente, astratta, che bene s’incarnavano nel sentimento frizzante e malinconico che lo pervadeva. Il gioco dei contrasti, l’Adagio e l’Allegretto, l’umore che cambiava con un refolo di vento.
Voleva vederla nuda. Sfilarle quel body come se fosse pelle sintetica.
Poi forse avrebbero parlato ancora di Delacroix.

3
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Franco Forte
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Guarda il video e scopri il protagonista di "Il segno dell'untore"
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MessaggioInviato: Dom 20 Apr 2008 17:08    Oggetto: Cita

Mi sarei pentito di cancellare questo racconto, quanto comunque di postarlo qui. Pertanto ho preferito la strada più costruttiva, credo… spero!
A tutti, buona lettura.


(Caratteri spazi inclusi 10.910)


Pochi passi fuori dal salone si embricava un corridoio sinuoso per la luce dei candelabri. Il luccichio era vivo e continuo. Le maschere di carne si perdevano nel chiacchiericcio di risa sommesse e di sorrisi smaliziati, taciuti e concessi, tra le varie sale. La sobrietà dei camerieri era musicata dai calici di cristallo, posati e raccolti, e dai tacchi della femminile dote. La mano di Laura scivolò lungo il braccio di Waldstein. Il polso gracile, piegatosi con delicatezza, gli impresse perlacei artigli d’amore nelle carni della parte volare dell’avambraccio, liberandosi. Waldstein interruppe l’Adagio che gli vibrava nelle vene; la corda spezzata di una viola, il violoncello che cade. Un sussulto di violino. Poi l’uomo ingoia un calice di bollicine fissando per un attimo il papillon del cameriere – Oh le farfalle! – pensa. Distratto insegue premuroso l’adipe spalmato sul ventre – la donna si addentra nel corridoio procedendo di schiena e fissando l’uomo. Solo alcuni passi. Quindi si volta – segue il grasso scolpito nei fianchi morbidi, sui glutei. Waldstein cammina dietro la donna incuriosito dagli sguardi audaci, misti a timidezza, che la mascherina di raso gli porge voltandosi a tratti, a tratti scomparendo dietro gli angoli del corridoio, o di una colonna. Di una sala vuota; al centro un Érard del ’700. Il body turchese svanisce dietro una porta nascosta nella parete di velluto della sala. Waldstein si ferma, si liscia la chioma scura dietro le spalle, mentre l’Allegro vivace dell’Ottava Sinfonia in Fa maggiore inizia a solleticargli la mente. Entra nella porta-parete. Vede Laura a pochi passi da lui raccogliersi i capelli e inginocchiarsi su di un enorme Nain che ricopre l’intera stanza. L’alta densità di nodi e i modelli decorativi classici del tappeto le donano mistero ed eleganza. Le pareti rosse, presentano, ad altezza d’uomo, imponenti cuori in bassorilievo. Waldstein si dirige verso la donna, lento. Le osserva il collo esile, i riccioli scompigliati dietro la nuca, sulle orecchie – passo dopo passo – osserva i pendenti con fauno in corallo che le tirano in basso i lobi aggraziati, ovali. Le arriva accanto. Si inginocchia dietro, le solleva le braccia piegandole sulla nuca. Le tiene fermi i polsi con una mano sola, mentre l’altra le carezza la parte del volto malcelata dalla mascherina. La donna tende il busto, lo inarca; i glutei poggiati contro l’inguine dell’uomo, le mani dietro la nuca, le cosce divaricate e tese sulle ginocchia doloranti. Sente la donna il peso dell’uomo, il fiato rovente addosso. Sente la sua mano carezzarle il collo, poi in basso lungo la schiena avverte sciogliersi i muscoli e le giunture al peso caldo delle forti dita. Sussulta. Un leggero fremito lungo il collo; le labbra dell’uomo che bevono l’odore del suo sudore. La lingua le bagna l’orecchio, calda le bagna il lobo. Waldstein le morde il trago, le affonda la lingua all’interno, poi scende in basso lungo l’elice, percorre l’orecchino. Afferra tra i denti il pendente e lo tira con forza. Waldstein succhia il sangue, ingoia il fauno in corallo tra i gemiti sommessi della donna che si libera, lasciando cadere in terra il cestello del ghiaccio e lo champagne. Sorride Laura, ride. Non si era accorta della bottiglia. Distesa supina afferra una manciata di cubetti e glieli tira contro. Ride, piega le ginocchia e incurva la schiena con i tacchi ben saldi in terra. Divarica le cosce e chiama a se l’uomo mordendosi il labbro inferiore. Una leggera scossa percorre la schiena nuda di lui, mentre le solleva il piede sinistro, lo denuda della platform, e inizia ad annusarle la caviglia. Preme lungo il polpaccio le nervature e, mordicchiando la pelle saporita di muschio, si concede l’interno coscia. Le soffia flebile fiato caldo, la carezza con le labbra, la morde… vuole sbottonarle il body con la bocca. Ma si ritrova con le labbra sulle labbra. L’ispido fiore odora di bergamotto. Laura lo sente esitare.
– Body painting… – sorride la donna tenendogli le mani sul capo. Il corpo dipinto con perfetti colpi di pennello. Il colore riesce a dare fini sfumature d’ombra, sorprendenti, nella luce dei candelabri.
Waldstein si lascia carezzare la lunga chioma con il capo chino sul basso ventre, caldo. In mente le note del minuetto; terzo movimento dell’Ottava Sinfonia. Senza guardare, afferra lo champagne e lo stappa.
– Desidero vedere la tua pelle – le dice mordicchiandole l’ombellico. Si stende accanto alla donna lasciandole il primo sorso. Poi inizia a cospargerla di bollicine, carezzandola con le mani morbide e possenti. Bacia la sua pelle tenendo un cubetto di ghiaccio tra le labbra, la carezza, la massaggia, le leva la pittura turchese del body. La stringe a sé mescolandosi al colore, al vino, al calore inebriante dei baci e dei morsi. Divengono un'unica amalgama, mentre lui le afferra i piccoli seni e li bacia e morde come acini d’uva. Scende sul ventre d’orato di grano – la vera pelle di lei – e a piccoli sorsi di desiderio torna tra l’ispido odore di bergamotto. Inizia a baciarla affondando la lingua nel caldo viola delle mucose – il vero colore della passione – e tenendola stretta per i fianchi le cura la ferita più antica del mondo. Laura respira, ansima, si contorce stringendo a sé il capo dell’uomo. Contrae il ventre, si inarca sino a ribellarsi, a portarsi su di lui. L’uomo la regge ancora per i fianchi, mentre lei si culla, ora, sul suo volto. Onda dopo onda. Ad un tratto urla un silenzioso riso di piacere e si butta in terra stringendo le mani tra le gambe. Resta un attimo distesa sul fianco mentre l’uomo deglutisce il sapore della passione. Waldstein osserva per la prima volta il soffitto; Medea guarda imperiosa dall’alto gli involucri d’amore. Due corpi nudi, sudati dal bisogno. L’uomo sembra quasi ipnotizzato dal dipinto. Non si accorge della donna che lo guarda ormai irta, a lui d’innanzi, con le gambe divaricate ai lati dei sui fianchi. La osserva portare le mani sul capo e sciogliersi i capelli, lasciandoli liberi al movimento rapido del collo. Dalle pareti i cuori in bassorilievo si liberano e iniziano a camminare verso di loro. Waldstein esita un istante. Cerca di alzarsi, ma è bloccato da Laura che si siede su di lui e lo abbraccia.
– Calmo amore, calmo – gli sussurra stringendogli la maschera in petto.
L’uomo osserva tra le sinuose effusioni della donna questi cuori rossi farsi avanti. Uomini e donne con metà cuore pitturato sul corpo che erano rimasti tutto il tempo immobili alle pareti. Abbracciati, in modo da formare cuori interi. Si confondevano benissimo al rosso fuoco della stanza. Laura gli prende il volto tra le mani, e inizia a baciarlo febbricitante, dissetandolo di lussuria nella sala gremita di metà cuori che s’infrangono e si ricongiungono nell’umido delle mucose, sino a travolgere la coppia, mischiandosi con essa, confondendosi, possedendola.
L’uomo scorge una scarlatta maschera di pizzo suggerli passione, mentre due mani possenti lo afferrano per i fianchi. Lascia entrare dentro di sé un pregevole dono di piacere – ne apprezza la delicatezza e la possanza – mentre cerca tra i cuori il corpo di Laura. Non lo vede, o forse non può. Giace sul fianco. Distratto dai colpi che riceve lungo la schiena e dalle natiche flautate che gli si aprono contro l’inguine. Scorge Laura, finalmente! Tre uomini la tengono stretta donandole le proprie pene. Sono a pochi passi. Lei distesa tra due, mentre un terzo… la sazia. Scorge questi lo sguardo di Waldstein, leva da Laura il frutto, e glielo porge. Waldstein se ne nutre, ne soffoca, finché non riavverte l’odore di bergamotto su di sé. Riavverte le braccia di Laura stringerlo, vede i suoi seni cullarsi sul proprio petto, sulle proprie labbra, mentre delicati fianchi si dondolano con forza e gli donano piacere. Laura gli prende le mani tra le sue, e gli porta i polsi sopra la nuca. Continua a cullarsi con foga, spingendo il piacere tra le cosce. Si avvicina all’orecchio dell’uomo, seguitando a tenergli fermi i polsi. Gli bacia il collo, poi si sposta sul volto. – Vienimi dentro – gli sussurra – vienimi dentro! – ripete mordendogli le guance. Poi con le labbra risale lungo le braccia sino alle mani dell’uomo, alle dita. Avverte l’uomo fremere, sente il ventre contrarsi. Distesa su di lui gli bacia le mani, gli morde le dita... gli taglia i polsi stringendo tra i denti una lametta. Waldstein avverte un brivido di dolore scendergli lungo la schiena, avverte il piacere inebriarlo. Sente Laura gemere e riempirsi d’umida voluttà. Avverte il cuore battere frenetico e poi rallentare. La sente mentre lo bacia e va via. Apre gli occhi, ma vede solo il rosso della stanza girargli intorno. Sente il fiato venirgli meno e i muscoli abbandonarsi sul tappeto persiano. Ripercorre qualche nota del minuetto, con lo sguardo fisso al dipinto di Medea che osserva dall’alto del soffitto. Resta disteso tra le centinaia di cuori infranti che cercano di ricomporsi, mentre Laura è ormai scomparsa dietro la porta.
– Laura!
– Dominique, mi hai spaventata – esclama Laura voltandosi verso il pianoforte.
– Lo so, scusami. Ho preferito spegnere le candele di questa sala… tutto bene? Il dottore è qui accanto a me.
– Bene, fallo entrare allora.
Il dottore entra nella porta-parete.
– Vieni. Siedi qui, accanto a me – le dice piano Dominique.
L’Opus 53, ventunesima sonata per piano, si libera dai tasti dell’Érard del ‘700.



– Amore, amore svegliati!
L’uomo trema, bofonchia qualcosa, volge di lato il capo.
– Amore, come ti senti, amore? – la donna lo scuote leggermente, gli bacia il volto frenetica – Amore? – continua a chiamarlo, a stringerlo a sé – Amore mi senti?
L’uomo, con voce flebile, sussurra qualcosa d’incomprensibile. La donna gli passa uno straccio umido sulle labbra.
– Amore, come ti senti?
L’uomo si stropiccia gli occhi, ma avverte improvvisamente un dolore atroce ai polsi. Li guarda con fatica, perplesso.
– Sì caro, dopo ti abbiamo portato in infermeria e ti abbiamo ricucito e bendato. Tra gli ospiti c’era un dottore ed era stato avvisato in anticipo.
– …ho quasi avuto paura – ansima – Cosa era quella sala? E quel quadro? – sussurra cercando di respirare piano. Gli duole il petto.
– Quale quadro? Medea?
– Sì… Delacroix credo. Hai deciso di mangiarti i nostri figli per caso?
– No caro… i nostri pargoli sono di là che dormono ancora. Volevo regalarti un’emozione particolare e quella sala faceva al caso nostro. Ti è piaciuto?
– Tanto amore, tanto. Il più bel compleanno che io ricordi – bacia quelle mani che lo carezzano in viso.
– Waldstein eh? Come il conte?
– No, Laura. Sono il signor Joachim Waldstein! Posso continuare a chiamarti Laura, vero?
– Certo caro. Certo che puoi. Vado a prepararti qualcosa che ti scaldi. Tu restatene tranquillo intanto.
La donna esce dalla camera da letto. Cammina con leggerezza, ad occhi chiusi, tenendo il ventre premuto contro le mani. Sorride. Sente la vita crescerle dentro. Inciampa.
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Giuseppe De Santis
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MessaggioInviato: Mar 29 Apr 2008 10:13    Oggetto: Re: Il primo racconto Cita

Ciao,

Ecco il mio tentativo.

Saluti a tutti.

Fabio

----

3

Waldstein appoggiò il calice vuoto su un piccolo tavolino, dove era appoggiato un candelabro in ottone lucido. Laura continuava a sorridere, tenendo il braccio sotto a quello della sua preda, come per mostrare a tutti quello che aveva catturato.
L’uomo che si faceva chiamare Waldstein continuava a percorrere con la mente i gancetti del body attillato. Seguiva uno schema ben preciso. Gli piaceva tenere tutto sotto controllo, ed era per quello che si sentiva a suo agio in quelle feste. Le regole erano chiare e le seguivano tutti: nessun nome; non respingere nessuno, almeno all’inizio e potendo rifiutare solo quelli del proprio sesso; all’inizio cacciano le donne, poi tocca agli uomini. Poche regole ma chiare.
L’opera numero otto continuava a suonare nel suo cervello, arrivando alla fine del primo movimento quando la coppia incrociò un gruppo di persone fermo intorno a una giovane ragazza. Aveva sul volto una maschera rosa in ceramica, con un lungo naso adunco, che a Waldstein fece venire in mente il becco di un uccello.
— Allora le seguaci si alzarono, fecero il giro del braciere, si avvicinarono, sollevarono le loro grondanti capigliature e vennero a bagnare il mio sesso, lungamente.
La ragazza indossava solo una camicia attillata di seta bianca, che metteva in risalto la curva dei seni, lasciandole scoperto il pube. Era in piedi sopra a una sedia ricoperta di velluto rosso, e di fianco c’era un cameriere che reggeva un candelabro per farle luce.
I suoi capezzoli vibravano sotto la seta quando lei prendeva fiato per leggere il libro che teneva dritto davanti a sé. Era un’edizione tascabile, con una copertina nera, Waldstein non riuscì a leggere il titolo o l’autore.
— Più tardi una si inginocchiò e la sua lingua, cercando il percorso dei miei nervi, bagnò le mie reni, i miei testicoli prima di scoprire il prepuzio. Poi, proprio quando la violenza della carezza arcuava il mio corpo, la giovane seguace si sottrasse improvvisamente e fuggì verso la foresta.
Le parole uscivano dalla bocca della ragazza ed entravano nel cervello di Waldstein filando dritte a scuotere le corde dell’istinto. Di fronte a lui un uomo pelato era nudo, eccitato, pronto a inseguire la seguace che nella sua fantasia si era appena allontanata verso la foresta. Perle di sudore gli affollavano la fronte, dove iniziava una maschera marrone. L’uomo muoveva la bocca in silenzio, seguendo le parole della ragazza.
Di fianco a lui c’era una donna longilinea, con un lieve accenno di seno e i capelli corti tagliati a spazzola. Indossava uno slip nero e una maschera tribale africana, e Waldstein si convinse che lo stesse fissando. Capitava spesso che al primo giro fosse catturato da più donne. Laura tolse il braccio da quello della sua preda per prendere un calice di champagne da un cameriere che avanzava con fatica, e l’uomo ne approfittò per lisciarsi i capelli, sorridendo alla sconosciuta.
— E tutto arse, poiché dappertutto ero rotto: le mie natiche, il mio ventre, il mio petto erano tormentati, penetrati, scavati. Non avevo più pelle. Ero spinto al limite di me stesso.
Una mano iniziò a palpare il sedere di Waldstein.
L’uomo si voltò verso Laura, forse si stava avvicinando il momento in cui l’avrebbe vista nuda e un fremito gli percorse la schiena, ma la sua padrona era immersa nel racconto che leggeva la ragazza, reggendo il calice con una mano, mentre con l’altra giocava con una che spuntava da sopra la sua spalla. Dietro di lei c’era un’altra donna, bionda con capelli corti arricciati in una permanente. Aveva messo un braccio intorno al collo di Laura, mentre l’altra mano spariva dietro Waldstein. La donna indossava solo uno slip di pizzo rosso e aveva seni cadenti come la maschera di stoffa che le copriva il viso e rischiava di calargli sul mento.
L’uomo che si faceva chiamare Waldstein guardò la donna a lungo, pensando che sembrava troppo vecchia per essere lì, si lisciò i capelli all’indietro con un gesto veloce e fu felice di essere già stato catturato dalla sua padrona.
Aveva voglia di prendere Laura per una mano e allontanarsi da quella donna, rifugiandosi in una delle stanze. Magari lei avrebbe ancora parlato di Delacroix mentre lui le sfilava il body per scoprire se il suo corpo riusciva a incarnare le fantasie che suggerivano le trasparenze. Un brivido gli percorse la schiena fino alla nuca, forse per l’immagine del corpo nudo di Laura, o forse per le parole che la ragazza continuava a leggere dal piccolo libro con la copertina nera.
— Con tutte le forze, veloce — disse la ragazza alzando il tono e muovendo il bacino avanti e indietro — veloce, più veloce... — continuò chiudendo gli occhi e facendo una pausa — E cademmo, infine, anelanti, sulla schiuma, e così madidi di amore che la luna nuova poté scivolare verso la vetta del cielo e aprirvi un buco dorato — finì prima di riaprire gli occhi e recitando a memoria.
Waldstein non voleva pensare alla mano che si era staccata dalle sue natiche e ora risaliva la spina dorsale, sfiorando le vertebre come per contarle. Le regole erano chiare. Toccava alle donne, e almeno all’inizio, l’uomo non poteva tirarsi indietro. La cosa non lo aveva mai preoccupato. Il suo fisico asciutto e i lunghi capelli neri lo avevano sempre fatto diventare una preda ambita, ma adesso dietro di lui c’erano due seni cadenti.
Si voltò di nuovo verso Laura. La mano della sconosciuta accarezzava le labbra della sua padrona, indugiando all’esterno e richiamando la lingua della ragazza, che spuntava come un animale dalla tana. L’altra mano della sconosciuta continuava il suo percorso verso la nuca dell’uomo, come accompagnando i brividi che continuavano a nascere dal ventre di Waldstein per poi risalire la schiena.
La sconosciuta si staccò quando la sua mano finì il percorso, s’incamminò portandosi Laura, e Waldstein rimase sorpreso di vedere che lei la seguiva. La sua padrona era stata catturata da un’altra donna, dopotutto era così bella da poter diventare una preda ambita dalle altre cacciatrici, e anche quello faceva parte delle regole.
Laura si fermò, girandosi verso Waldstein. Aveva le labbra bagnate dalla propria saliva e iniziò mordicchiarsi un labbro.
— Dovremmo finire il nostro discorso su Delacroix — disse tendendo il braccio con il calice verso di lui.
Waldstein si lisciò i capelli all’indietro, anche se non ne avevano bisogno. Le parole della ragazza che continuava a leggere erano relegate in un corridoio lontano del suo cervello, mentre l’opera numero 137 scappò da uno dei cunicoli, ed esplose nella sua testa. Era una fuga in re maggiore, scritta da Beethoven per due violini, due viole ed un violoncello, con una melodia di carattere spigliato, forse un messaggio che voleva mandargli il suo cervello.
— Potremmo fare un discorso a tre — continuò Laura.
L’uomo che si faceva chiamare Waldstein pensò che in quel gioco tra loro due, forse, la vera predatrice era la donna sconosciuta.
Laura sorrise di nuovo, dando uno strattone e fermando la donna quando le braccia che le univano si distesero fino alla massima lunghezza. L’uomo ricambiò il sorriso.
— Forse era andata così — pensò — La donna aveva usato il corpo di Laura per attirarlo nella sua trappola.
— Emanuelle ha in mente qualcosa da far fare a noi due — spiegò la ragazza.
Waldstein fissò le smagliature sopra lo slip rosso di Emanuelle, forse alla donna piaceva guardare, magari facendo qualche commento, o dando dei comandi. L’uomo chiuse gli occhi e si vide sfilare il body di Laura dopo aver slacciato tutti i gancetti. Nel suo cervello l’opera finì, lasciando il silenzio dell’incertezza.
L’uomo che si faceva chiamare Waldstein decise che doveva vedere quel corpo nudo e seguì le donne.

4.

Le due donne imboccarono un corridoio dove si aprivano diverse stanze. Alcune porte erano coperte da tende di velluto rosso. Non si poteva entrare nelle camere con la tenda chiusa, a meno di non essere invitato da qualcuno che era già all’interno della stanza. Una tenda si scostò e spuntò una donna. Indossava solo una maschera di raso, e si diresse verso la sala, lasciando la porta socchiusa.
Waldstein non resistette e si voltò per sbirciare. Un uomo era in piedi davanti a un grosso specchio, guardandosi attraverso una maschera con il naso a punta, mentre una ragazzina era seduta sul letto, con i capelli neri raccolti in una coda di cavallo e gli occhi verdi che spuntavano da una maschera marrone.
Emanuelle arrivò a una porta con la tenda chiusa, fece scivolare la stoffa di velluto rosso ed entrò nella stanza senza preoccuparsi di verificare che fosse vuota. Laura si fermò sulla soglia, aspettando Waldstein, e fece scorrere la tenda prima di entrare e chiudere la porta.
La camera era rivestita di velluto, ed era arredata in modo classico e con gusto. Il tocco di Dominique si vedeva anche lì. Un grosso letto a baldacchino occupava il lato destro, mentre un enorme specchio con una spessa cornice era sul lato opposto. Di fronte c’era un cassettone con il ripiano vuoto e di fianco una finestra con le persiane accostate, da dove filtravano le luci dell’aeroporto.
— Nei suoi quadri Delacroix non ha mai nascosto nulla. I corpi che dipingeva erano segnati dalla vita, compresi i nudi — commentò Emanuelle sedendosi sul letto.
Waldstein si fermò al centro della camera e vide che in un angolo c’era un cavalletto da pittore. Si aggiustò i lunghi capelli, pensando che forse la donna li avrebbe dipinti mentre facevano qualcosa di divertente, e quel pensiero lo eccitò.
Laura si avvicinò alla donna, e lei fece scorrere un braccio intorno alla sua vita.
— Come nella donna col pappagallo — intervenne la ragazza — Dove dipinse una donna che aveva solo un accenno di seno e cosce enormi. Eccitante, non trovate?
— Questa donna è eccitata dalla bruttezza? Forse è per questo che si presta ai giochi della sua amica? — pensò l’uomo che si faceva chiamare Waldstein, rimanendo fermo in mezzo alla stanza.
La ragazza allargò le braccia per invitarlo. Lui rispose titubante, come se avesse timore di avvicinarsi. Laura accompagnò i suoi passi incerti ed Emanuelle allargò le gambe facendolo accostare a sé. Waldstein aveva una leggera sensazione di stordimento, mentre la donna appoggiava il viso sul suo sesso. Non stava andando come aveva immaginato, e il primo gancetto del body era ancora al suo posto.
Le mani di Laura iniziarono a percorrere il corpo dell’uomo, sfiorandolo e dandogli brividi come un vento gelido. La ragazza fece apparire un fazzoletto di seta nero, che usò per solleticargli i capezzoli, mentre Emanuelle usò la lingua per bagnare la sua pelle. Laura fece scorrere il fazzoletto sulla nuca di Waldstein, si staccò dall’amica e lo fece passare sulla maschera dell’uomo, davanti agli occhi.
Brividi freddi percorrevano la schiena di Waldstein, come onde ripetute di una musica che non riusciva a partire. L’uomo afferrò il velo che aveva sugli occhi e si girò. Laura arretrò di un passo, mentre Emanuelle vide sparire il suo oggetto del desiderio.
— Cosa c’é ? — chiese la ragazza.
— Facciamo senza bende — rispose Waldstein inclinando la testa.
In quella situazione lo disturbava il fatto di non vedere, e poi tutto doveva rimanere sotto controllo.
— Va bene — disse Emanuelle alzandosi, abbracciando l’uomo alle spalle e scendendo con le mani lungo i suoi addominali scolpiti da ore di palestra.
— Laura, inginocchiati — ordinò quando arrivò a impugnare il sesso.
La ragazza eseguì il comando, facendo produrre all’uomo un mugolio. Emanuelle guidò i movimenti di Laura mentre Waldstein inclinava la testa all’indietro, appoggiandola sulla spalla della donna e immergendosi nel profumo di lacca dei suoi capelli.
L’uomo iniziò a sospirare quando Emanuelle percorse la sua schiena, arrivando alle natiche. Waldstein afferrò il viso di Laura e lo guidò verso l’alto, voleva toglierle il body, vedere se il corpo che l’aveva portato lì avrebbe mantenuto le sue promesse.
La ragazza si fece guidare docilmente, alzandosi e girandosi. L’uomo percorse i gancetti nell’ordine che aveva immaginato, mentre le mani di Emanuelle erano tornate sul suo sesso.
Il body scivolò a terra senza rumore e Waldstein affondò il viso sul collo della ragazza, mentre le mani afferravano i seni sodi e liberi. L’uomo fece girare la ragazza. Il suo corpo era bellissimo, proprio come l’aveva immaginato e lui desiderava averlo subito, in piedi, senza altri giochi.
La fece di nuovo girare, mentre Emanuelle gli infilava un preservativo e poi lo accompagnava dentro la ragazza.
La donna si alzò di nuovo, rimanendo dietro di loro e abbracciandoli entrambi. Seguiva il ritmo di Waldstein, accompagnandolo quando spingeva verso l’alto mentre Laura emetteva dei sospiri.
L’uomo che si faceva chiamare Waldstein ansimava quando si alzava sulle punte dei piedi, mentre Emanuelle guidava i cambi di ritmo, inseguendo il piacere della ragazza. Laura cacciò un urlo e si contorse quando arrivò al culmine, scivolando subito via.
Waldstein rimase sorpreso dal brusco allontanamento. Emanuelle impugnò il sesso dell’uomo per massaggiarlo con gli umori della ragazza, provocandogli un sussulto. L’uomo si voltò, mentre la donna si stendeva sul letto. Emanuelle sollevò le gambe, nascondendo le smagliature mentre il seno ricadeva flaccido sul petto.
L’uomo che si faceva chiamare Waldstein si voltò a cercare la ragazza. Era lontana, appoggiata al velluto che tappezzava il muro e con una mano continuava a inseguire il piacere. La sua espressione lo fece fremere di desiderio. Si diresse verso di lei, ma la ragazza si avvicinò alla porta, l’aprì e sparì.
Emanuelle sorrideva aspettando l’uomo, mentre le rughe sul collo si contorcevano quando sollevava la testa per guardarlo. Waldstein tornò verso di lei mentre la donna raccoglieva le gambe per poi schiuderle. L’uomo salì sul letto cercando di non vedere i buchi flaccidi sulle cosce e si stese su di lei.
La donna chiuse le gambe sulla sua preda, dietro al sedere dell’uomo, mentre le mani seguivano il profilo della schiena. Waldstein si puntò sulle mani, rimanendo lontano dal corpo flaccido. Emanuelle gemette e stese la testa all’indietro quando l’uomo iniziò a muoversi, lento, cercando di non toccarla. Poi Waldstein aumentò la velocità, comandato dal desiderio che stava montando nel suo cervello con violenza.
Emanuelle gemeva mentre il seno flaccido saltellava seguendo i movimenti di Waldstein. La donna cercava di tirare a sé l’uomo, mentre lui continuava a puntarsi sulle mani, rimanendo lontano ma aumentando la velocità e i gemiti delle sua amante.
Waldstein inarcò la schiena e si girò quando l’onda di piacere gli attraversò il cervello, svuotandone tutti i corridoi e i cunicoli segreti. L’uomo si bloccò sorpreso, come in un’istantanea fatta di nascosto, quando vide la ragazza seduta dietro al cavalletto che dipingeva.
Laura fissò l’uomo che si faceva chiamare Waldstein e sorrise, scrollando le spalle. Era sicura che quello sarebbe stato il suo quadro migliore.

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Andrea Franco



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MessaggioInviato: Dom 04 Mag 2008 00:28    Oggetto: Cita

Okay, ci ho provato. Speriamo che vi piaccia.

LA mia parte è di 12627 cc. Buona lettura.
Andrea


3

La donna al centro della stanza, in ginocchio su un cuscino di velluto scarlatto e le mani poggiate sulle cosce snelle, veniva chiamata La Regina. Questo Waldstein lo venne a sapere solo in un secondo momento ma, mentre la osservava, poteva già intuire un non so che di regale. Nello sguardo, così languido, ma deciso. Nel movimento lento del capo, per seguire coloro che non sapendo di essere semplici prede credevano di giocare il ruolo dei predatori. Nel sorriso sornione e intelligente. E infine, questo Waldstein lo notò immediatamente, per quel modo così femminile di contenere il desiderio, dando all’attesa un sapore intenso e irrinunciabile.
Solo dopo aver notato tutti questi particolari l’uomo prese coscienza del fatto che era nuda e che già alcuni altri le giravano attorno, studiandola, non riuscendo a contenere la propria eccitazione. Quelle maschere sul viso celavano ben poco all’osservatore attento. Forse il nome, l’identità, ma non l’essenza più intima… lì messa a nudo ben oltre la mancanza delle vesti.
Nella testa di Waldstein cominciò a tuonare l’inno alla fortuna del primo tempo della Carmina Burana. Iniziò a respirare a tempo con le melodie che danzavano nella sua testa e dovette scuotersi per rendersi conto che al suo fianco, eterea come poche donne, c’era ancora colei che aveva detto di chiamarsi Laura.
— Perdonami — si scusò con imbarazzo. — Possiamo proseguire.
Laura sorrise piegando la testa leggermente di lato, lasciando scivolare una mano lungo il suo fianco, facendolo rabbrividire. — Lei è La Regina — spiegò, e se nella sua voce c’era invidia, Waldstein non la notò. — Ti aspetto qui, tu cerca pure la via del suo Piacere…
Joachim Waldstein la guardò senza capire e questa gli concesse un’espressione di lieta compiacenza. Poi aggiunse, abbassando la voce: — È la Regola. Ora va’.
Ferma sulla soglia di quella stanza circolare, in cui gli sguardi di uomini impazienti danzavano tra le luci e le ombre di decine di lanterne, la donna lo invitò ad entrare. Indeciso, avanzò di un passo, precipitando in un’irrealtà fatta si desideri sospesi. Solo i passi dei piedi nudi di quegl’uomini in qualche modo rompevano con tenue irriverenza il silenzio vellutato di quella stanza. Neanche il battito del cuore sembrava potersi fare strada in quel luogo. Era il silenzio della passione. E al centro di tutto, sensuale e divina, La Regina.
Waldstein prese a muoversi in cerchio, imitando il ritmo lento degli altri uomini. Sembravano tutti concentrati in un rito delicato e dai significati arcani. Solo quando ebbe terminato il primo giro, e con la coda dell’occhio si rese conto che Laura non era più lì ad attenderlo, si concentrò sul corpo della donna al centro della stanza.
E le sensazioni del primo momento, confermate dall’appellativo che l’altra donna le aveva rivolto, vennero confermate senza lasciare alcun dubbio. Non era una regina. Era La Regina. L’uomo che quella sera si faceva chiamare Waldstein e che fino a pochi istanti prima desiderava perdersi tra la pelle morbida della prima donna che lo aveva avvicinato in quel luogo fuori dal tempo, adesso sapeva che il più grande dei suoi desideri erotici prendeva forma in quella stanza, a pochi passi da lui, in ginocchio su un cuscino. Elegantemente…
Di un rosso tenue, i capelli le scendevano in boccoli che danzavano sulle spalle, incorniciando uno sguardo che da quella distanza non sapeva suggerire il colore dell’iride, ma una sconfinata e irrefrenabile passione; il naso, piccolo e diritto, precipitava verso un paradiso di carne… labbra così Waldstein non ne aveva mai viste, nemmeno nei sogni, forse; spalle strette ma sufficienti a piegare verso un seno che nella sua misurata abbondanza sembrava scolpito nel marmo, seppur suggerendo morbide carezze; non avrebbe mai trovato parole adatte, l’uomo, per descrivere la curva della vita, così delicata e fine come il cristallo di un calice prezioso; ma sapeva bene che avrebbe potuto lasciar smarrire i propri baci lungo quelle gambe snelle e sode…
Poteva smettere di muovere in tondo e farsi più audace… sentì quasi l’impulso improvviso, ma si trattenne. Nessun uomo sembrava cedere, in quella stanza. “Tu cerca pure la via del suo Piacere… è la regola”, queste erano state le parole di Laura.
La Regola?, pensò Waldstein. La Regola di chi? Della casa… di quella serata?
Sebbene fosse travolto da emozioni contrastanti, sorrise, Waldstein, pensando all’astuzia di Dominique. Si era persuaso di poterle dare chissà quali suggerimenti…
Adesso doveva prendere una decisione… o quantomeno comprendere le regole di quel gioco. Anzi, La Regola. Era lì, la chiave!
Fece ancora un giro, moderando l’andatura. Si guardò attorno con fare discreto. Adesso nella stanza circolare insieme a lui c’erano altri sette uomini.
Poi avvenne qualcosa. Alla sua destra, appena un passo dietro di lui, un uomo ruppe lo schema e si avvicinò alla Regina. Per un attimo sembrò che la luce delle lanterne tremolasse, fremendo come il sangue nelle vene di ognuno di loro. Waldstein rallentò ulteriormente e per qualche secondo, senza rendersene conto, trattenne il respiro. Adesso era alle spalle della Regina e vide l’uomo fermarsi davanti a lei, a non più di un metro. Non poté non notare, Waldstein, l’eccitazione pulsante dell’altro. E il suo tremore, anche. Se quella era una prova, pensò, decisamente poteva segnare le sorti di quella serata. O perlomeno così sembrava, altrimenti tutto quel rito non avrebbe avuto motivo di esistere. Così come tutta quell’agitazione. Ma forse il senso era un altro…
Si sentì fremere e nella sua testa la musica esplose ancora una volta. Si meravigliò che per tanti minuti anche in lui fosse sceso il silenzio. Con la limpidezza del pensiero intonò l’aria La dolcissima effigie, dall’Adriana Lecouvreur di Cilea. La passione di Maurizio dinnanzi alla bellezza di Adriana. La passione…
Quando anche La Regina si mosse, Waldstein inchiodò i piedi a terra. Adesso le era di lato, alla sua sinistra. Dalla parte opposta, appena un passo oltre la soglia dalla quale era entrato, due figure sembravano guardare nella sua direzione: Laura e Dominique.
Waldstein tornò a guardare la donna al centro della stanza nel momento stesso in cui questa fece un gesto ampio con le braccia, suggerendo a tutti gli uomini di accodarsi dietro a colui che manifestava impaziente la propria esuberanza a meno di un braccio dal suo volto.
Rispondendo a quel comando muto ognuno dei presenti nella stanza circolare, avanzando tra le pieghe di buio che danzavano incerte sulla loro pelle, si mise in fila. Waldstein si aggiunse per ultimo e il tempo parve fuggire fuori da quel luogo, imprigionandoli in un’attesa oleosa.
Cominciò a rilassarsi solo quando la melodia dolce e rilassante dell’adagio della sesta sinfonia di Ciaikovskij prese forma nel suo respiro.
Poi l’uomo davanti a La Regina fece un passo.
E il rito ebbe inizio.

4


La donna che quella sera aveva scelto di farsi chiamare Laura prese la mano di Dominique nella sua e la strinse, con decisione, ma senza forza.
— Sei nervosa, mia cara?
Laura non rispose subito, ma lo stesso non poteva distogliere lo sguardo dalla scena che si svolgeva davanti a lei, nella stanza della Scelta. — Lo sai che le piacciono quelli nuovi.
— È la Regola, lo sai bene.
— Non c’è bisogno che tu me lo ricordi.
— Lei è la Regina — aggiunse Dominique, ma questa volta non era una precisazione rivolta all’altra, bensì un’amara rassegnazione.
— Lui crede che sia tutta opera tua, non è vero?
— Mi è piaciuto lasciarglielo pensare.
Laura sorrise. Come lei, anche l’altra indossava ancora il suo completo intimo, una guêpière dorata e delle calze a rete autoreggenti che sparivano dentro a un paio di scarpe aperte dal tacco alto. Senza che Dominique fece nulla per impedirglielo le avvicinò la mano tra le cosce, carezzando la protuberanza che prendeva forma adesso che si stava lasciando andare. — Scommetto che non sa neanche di questo — sussurrò, stringendo tra le dita il pene che s’induriva.
— Sono sicuro che apprezzerà la sorpresa — replicò Dominique, i cui capezzoli adesso erano duri e sensibili.
— Se La Regina lo lascerà a noi.
— Ecco… zitta adesso.
Nella stanza della Scelta davanti alla regina c’era il penultimo uomo.
La Regina carezzò il sesso turgido, poi lasciò scivolare le mano all’interno delle cosce. I muscoli delle gambe dell’uomo guizzarono contratti dagli spasmi dell’eccitazione oramai fuori controllo. La Regina lo fece girare di lato e gli poggiò il viso sulla coscia, mentre con la mano iniziò a cercare il punto di piacere. Il getto caldo arrivò in pochi secondi e la donna non lasciò il sesso caldo fino a che questi non terminò di pulsare.
Laura e Dominique osservarono la scena con distacco. Quell’uomo non era un novizio, ma lo stesso l’attesa del tocco della Regina faceva crollare anche l’amante più tenace. Entro pochi minuti sarebbe comunque finito tra le braccia di una o più donne. Fino all’alba, forse.
Quando colui che si era presentato come Waldstein si fermò a un passo dalla Regina, Laura trattenne il respiro. Raramente desiderava qualcosa con così tanto ardore come quella sera. Il primo seme di quel novizio doveva essere il suo. Lo sperò nella sua mente. E attese.
Accade poi qualcosa di assai raro. Con un cenno, La Regina invitò Waldstein a chinarsi. L’uomo si mise in ginocchio. Adesso i suoi occhi erano alla stessa altezza di quelli della donna. Quindi si sorrisero.
Laura sentì un fremito e strinse con più forza la mano di Dominique. Cosa sta succedendo… maledizione!
Parlarono per qualche minuto, benché quel momento fosse di solito riservato alla Scelta del Piacere. Parlarono e a vedere le loro espressioni questo sembrava essere sufficiente a soddisfare la loro brama. Poi Waldstein si piegò e sfiorò con un bacio le labbra della Regina. Quindi si alzò e si voltò verso di loro, immobili e stupefatte.
Laura credette di vedere un sorriso soddisfatto sul volto della Regina e quando questa si voltò cercò proprio il suo sguardo. I loro occhi rimasero incollati per un momento che terminò prima di nascere. Non si sbagliava: La Regina era soddisfatta, enormemente soddisfatta.
E Laura aveva l’amara sensazione che per lei non fosse nulla di buono.

5

Joachim Waldstein stava canticchiando una delle arie finali della Turandot, Non piangere Liù, perché quel brano aveva la capacità di rilassarlo e allo stesso tempo di creare un vortice di emozioni dentro di lui.
Guardò Laura e Dominique accanto a lui, mezze addormentate su quel letto dalle lenzuola indaco. Non che sentisse la necessità di trovare altre emozioni forti, quella sera, ma quando liberava la mente da tutto era quello il brano che più lo metteva a proprio agio.
Sorrise, osservando il pene moscio di Dominique. Pensava di sorprenderlo, quella sera. E in qualche modo c’era riuscita, ma forse non come intendeva lei.
Alla sua destra, la donna che conosceva col nome di Laura aveva un sorriso lieto stampato sul volto. Aveva atteso con pazienza di sentirlo tremare, sorpresa forse dalla sua resistenza, e quando era giunto il momento aveva scansato Dominique, bevendo avida il suo getto caldo.
Lo avevano soddisfatto altre due volte, ma senza più contendersi il suo seme. Era stata una serata piena di sorprese e alla fine ognuno di loro aveva trovato quello che cercava: sesso, piacere, trasgressione. Soprattutto, trasgressione.
Passando a Donizetti e fischiettando le melodie del dottor Dulcamara dell’Elisir D’amore, si alzò. Era quasi l’alba. Meglio tornarsene a casa.
Stava per uscire dalla stanza, quando Laura parlò: — Te ne vai senza salutare?
Lui alzò le spalle. Anche Dominique si era svegliata.
— La Regina ti ha lasciato a noi — disse quest’ultima.
— Sembra di sì — convenne.
— Cosa vi siete detti? — domandò Laura. Waldstein pensò che forse quelle domande contravvenivano la Regola. Ma non gli interessava molto. Alzò ancora le spalle.
— Sei stato tu a scegliere — intuì Dominique.
— È così.
— Ma… — Laura sembrava stupefatta. — Perché? Lei è… La Regina. Perché l’hai rifiutata.
Waldstein sorrise, un sorriso amaro. — Lei è la più bella.
— Quindi?
— Le ho detto questo, semplicemente.
— Lei lo sa — intervenne Dominique. — Ma non hai risposto.
— Lei è la più bella. Le ho spiegato che un giorno tornerò per amarla. Se stanotte avessi amato la più bella tra le donne, La Regina, come avrei potuto soddisfare i miei desideri in futuro?
— Ma allora… — balbettò Laura.
— Ho scelto voi — ammise l’uomo. Si avvicinò alla porta e fece un cenno di congedo, quindi aggiunse: — E se domani aspirassi a qualcosa di più, so che è ancora possibile. Mai raggiungere un sogno, ragazze. Perderebbe di valore. Non lo dimenticate mai. L’importante è sapersi divertire. Addio
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Andrea Franco, L'odore del Peccato (Mondadori, 2013) - Premio Tedeschi 2013
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