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Le scommesse della muay (vers. 2) - Lorenzo Fontana


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giabbo



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MessaggioInviato: Dom 27 Apr 2014 18:29    Oggetto: Le scommesse della muay (vers. 2) - Lorenzo Fontana Cita

L'incipit è più o meno lo stesso, il resto invece...
Spero che lo possiate leggere Very Happy

Le scommesse della muay

1.
Alla fine Timofey si era calmato, e prima che i sedativi facessero effetto, spedendolo di nuovo nell'incoscienza, era perfino riuscito ad alzare una manina in segno di saluto.
Ivan guardava suo figlio, deformando il naso contro il vetro che separava la camera di isolamento dal resto del mondo. Rimase a contemplare il faccino per alcuni minuti, la frangia bionda che cadeva sul viso smunto, il collo ossuto che usciva dal pigiama troppo largo per quel corpo scheletrico.
Un droide infermiere gli appoggiò un artiglio sulla spalla. Con voce metallica lo invitò a seguirlo.
Percorse il labirinto di corridoi asettici dietro al robot che, senza voltarsi, si adeguava alla sua velocità. A pochi metri di distanza un aggeggio simile, addetto alle pulizie, cancellava dal pavimento immacolato ogni traccia lasciata dalle sue suole. Ivan conosceva già la strada, l’aveva percorsa almeno una volta alla settimana negli ultimi due anni, ma a nessuno veniva permesso di girovagare da solo nell’ospedale. Il protocollo era il protocollo.
Il primo droide esaurì il suo compito aprendo la porta dell’ufficio della professoressa Radevica, facendolo accomodare su una sedia posta proprio al centro della stanza, come se fosse prossimo a essere messo sotto esame. Il luogo era freddo e impersonale: la scrivania di plastacciaio era sgombra, fatta eccezione per un computer e un antico stetoscopio, in compenso i tanti scaffali erano colmi di cataste di medicinali di ogni tipo, ammucchiati senza ordine apparente. Unica concessione alla sfera privata della donna era una foto appesa alla parete, che ritraeva un posto troppo bello e assolato per essere situato nelle vicinanze, con un ragazzino sui dodici anni, immortalato mentre saltava da una roccia. Un gesto che Timofey non avrebbe più potuto fare. Ivan ne scrutò i lineamenti, chiedendosi come ogni volta se fosse figlio della sua interlocutrice o un altro parente, e come sempre rimase con il dubbio.
La dottoressa iniziò a parlare, aggiornandolo sulle condizioni di suo figlio. Era sulla quarantina e non proprio da buttare via. Dalla folta chioma di capelli ricci, raccolti in una crocchia austera, spuntavano due ciuffi che le cadevano davanti agli occhiali. Il camice era sbottonato e rivelava un petto lentigginoso che sfumava nelle rotondità del seno. Ivan non poté fare a meno di immaginarsela nuda, domandandosi come dovesse essere a letto. Poi scacciò quei tipi di pensieri e si concentrò sul filo del discorso, come un equilibrista attento a tutti quei termini scientifici che, come improvvise folate di vento, rischiavano di farlo cadere.
Alla fine della spiegazione scattò in piedi e sbatté la manona sul tavolo, facendo sobbalzare tutto quello che vi era poggiato. – Un virus? – Sbraitò, ben sapendo che la sua reazione avrebbe attirato i droidi della sicurezza. – Un maledetto virus?
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