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L'ESERCIZIO DI MAGGIO


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vincenzo.vizzini



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MessaggioInviato: Lun 04 Mag 2009 11:39    Oggetto: L'ESERCIZIO DI MAGGIO Cita

Per questo mese vi propongo un esercizio che avrà ripercussioni anche sulla rivista.
Si tratta di immaginare cosa è stato per l'autore la realizzazione di uno degli fra gli affreschi più famosi. Di cosa parlo? Mi riferisco a L'Ultima cena e al genio di Leonardo, un uomo dall'ingegno multiforme, dalla curiosità senza limiti e dalla continua voglia di mettersi alla prova inventando tecniche nuove.
Nelle solite 1500 battute, o poco più, dovrete condensare un piccolo romanzo storico che ci faccia rivivere quei momenti sofferti per l'autore e la realtà in cui Leonardo si muoveva.
Ci sarà da studiare un po' ma non si può scrivere solo roba semplice.
Cosa c'entra in tutto questo la rivista? Semplice, dal numero 15 verrà inserita una rubrica dedicata alla Palestra e il materiale me lo fornirete voi, per cui buon lavoro.
Vincenzo
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Vincenzo Vizzini
vicedirettore Writers Magazine Italia
curatore della collana Delos Crime
www.vincenzo-vizzini.it
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Andrea Cavallini



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MessaggioInviato: Gio 07 Mag 2009 13:26    Oggetto: Cita

Caro Vincenzo, mi sembra mooolto difficile, ma ci proverò.

Andrea
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alberto sodani



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MessaggioInviato: Mar 12 Mag 2009 10:51    Oggetto: Cita

Non sopporto arrivare in anticipo agli appuntamenti, l'ansia ingigantisce l'attesa... Very Happy
Pazienza, oggi mi tocca. Ciao a tutti.





    State fermo così



    Il bisturi luccica sotto le fiaccole prima di affondare piano. Lo guida preciso divaricando la pelle finché non appare il muscolo del braccio. Continua a scollare denudando i tendini. Fa caldo nello scantinato dell’obitorio e l’ora sesta ha rintoccato da poco. L’abate è salito per la minestra: Pregan e mangian sempre, mai che stean costì quando serva. Lava le mani nella ciotola, le asciuga e con lo stesso panno deterge anche la fronte. Prende il quaderno e si avvicina attento a non toccare il corpo con la barba grigia: controlla l’ultimo disegno e aggiunge particolari e ombre a carboncino. Gl’è che son tiranti, osserva al muoversi della mano inerte, premendone il tendine scoperto.
    – Maestro, ci sarebbe il messo del duca Lodovico.
    Si volge stupito, non ha sentito l’abate scendere.
    – O che, neanche i messi mangian ora, come li homini di scienza?
    – Sapete lo che adduce a voi.
    – Pare che anche voi sappiate. E venga dunque, che io non vo.
    Rialza la testa ai passi di stivali.
    – Messer Leonardo, son dui dì che vi si cerca. O santiddio, che lezzo di sangue e di marcio…
    – Indago la natura. O che, mi fate il prete che non siete?, o a che si dee codesta visita?
    – Mancate da troppo alle Grazie, Messere. Il Duca è inquieto.
    – O che si squieti, il Moro, che sto studiando per codella dipintura. Quando il Duca n’aggia deseo, mi trova al Cenacolo, sul ponte. Alla nona, che prima s’ha daffare…

    Il piccolo pennello sfiora l’intonaco. Quel profilo non va bene, è la terza volta che lo cambia, non svela il tradimento. Occhi sfuggenti. Servono occhi così. Sfuggenti.
    – Maestro, il Duca.
    Te tu ti sistemo doppo, boja d’un Giuda.
    – Messer Leonardo, quando finirete qui alle Grazie?
    – ‘un mi si dia furia. Ci vole lo che ci vole, Duca Eminentissimo.
    – Eppur già aveste compenso in oro.
    – Lo rendo pronto alla Signoria Vostra, 'un mi serve. Lascio financo lo Refettorio, uggia mi dà oramai.
    – Messere no, che dite… Parlo per ammirazione, per veder compiuta la obra vostra.
    – E fie per l’ammirazione vostra che resto – dice cavando di tasca il quaderno. – Duca, un momento. Guardate un po’ a dietro, e in basso, ecco, state fermo così. Ho un idea…


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Alberto Sodani

detto il paratattico, (da qualche parte, qui nel forum)
fatti non foste a viver come bruti...
Festina lente...
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Cile



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MessaggioInviato: Ven 15 Mag 2009 14:11    Oggetto: Cita

Manca qualcosa
I versione
Tre anni son passati ma non bastano. Leonardo sente il tremito della mano che stringe il pennello. Manca ancora qualcosa.
La vita sembra non voler scorrere nelle tredici figure che ha davanti. Sono sole e leggere. Non è abbastanza.
Manca qualcosa.
Chiude gli occhi; una zaffata di olio misto a tempera e uova marce lo assale. Si sente svenire e distanzia le gambe per tenersi eretto. Alza le braccia e resta così, immobile come una statua privata per sempre della vita.
Leonardo guarda Gesù: lo vede davvero, per la prima volta in tre anni.
Grazie, gli sussura.
Gesù apre gli occhi e benevolo prende a parlare ai suoi discepoli. Giuda lo studia in silenzio, Bartomoleo si sporge sul tavolo in ascolto e Matteo impone attenzione ai suoi vicini: il maestro sta parlando.
Tutto è ora pronto per il grande sacrificio.
Leonardo sbatte le palpebre e asseconda l’impazienza della mano; il pennello colora di blu il manto sacro, ammorbidendolo, poi accende di una luce rassegnata le mani di Dio.
Sospira, Leonardo, si accascia in terra.
Ora tutto è compituto.

II versione

Sono passati tre anni ma non bastano. La mano che stringe il pennello trema.
Manca qualcosa. Ancora.
La vita sembra non scorrere nelle tredici figure lì davanti. Sono sole, leggere. Non basta.
Manca qualcosa.
Chiude gli occhi; la zaffata di olio misto a tempera e uova marce lo assale, per tenersi eretto senza svenire distanzia le gambe. Alza le braccia e resta così, immobile, come in un suo dipinto.
Leonardo guarda Gesù; lo vede davvero, per la prima volta in tre anni.
Grazie, gli sussurra.
Gesù apre gli occhi e si rivolge ai discepoli. Giuda lo fissa in triste silenzio, Bartolomeo è in ascolto e Matteo richiama gli altri: il maestro sta parlando. Tutto è pronto per il sacrificio.
Leonardo sbatte le palpebre assecondando la frenesia della mano: il pennello ammorbidisce di blu il manto sacro e accende di rassegnazione le mani divine.
Sospira, Leonardo, e si accascia.
Tutto è compiuto, ora.
_________________
Cinzia Leo
Hai mai ascoltato il silenzio del destino quando esplode? (A. Baricco )


Ultima modifica di Cile il Mer 20 Mag 2009 15:03, modificato 1 volta in totale
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Gabriele K



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MessaggioInviato: Sab 16 Mag 2009 18:16    Oggetto: Cita

Caro Vincenzo, attratto quanto mai dalla difficoltà del soggetto che macchiavellicamente ci hai proposto, ho deciso di partecipare a mia volta all'esercizio del mese. Sono rimasto a lungo inattivo (anche per ragioni di lavoro), ma ora, disponendo di un po' più di tempo, ho pensato di rientrare nell'agone. Con l'intenzione di perdurare.
Ecco il mio romanzo storico di 1500 battute (1503 per l'esattezza):


Punti di vista

Detestavo quell’uomo. La ragione di tale mio sentimento nasceva dal fatto che le sue opere entusiasmavano i confratelli più giovani. Come frate Angelo. E lo detestavo ancor di più per il fatto che quell’uomo era un illetterato, privo di cultura e che a malapena metteva insieme due frasi in latino. Eppure era chiamato Maestro. Per me era solo: quell’uomo. Null’altro.
La cosa più irritante di lui, per altro, era che non sapeva darsi una regola precisa nel suo lavoro: c’era infatti quando giungeva al mattino presto e rimaneva fino a sera tarda, senza quasi mangiare e staccare gli occhi dal suo affresco; c’era invece quando non lo si vedeva per tre, quattro giorni di fila; e c’era infine quando egli piombava all’improvviso nel refettorio, saliva come una furia sul ponte, imbrattava con due, tre pennellate la parete e se ne andava senza degnare nessuno. E lo definivano un genio.
Frate Angelo era estasiato da lui. Le volte che quell’uomo era assente, il nostro giovane e inesperto confratello se ne stava ore intere a contemplare il suo dipinto. Lo affascinava la meraviglia spontanea di Bartolomeo con le braccia larghe, il gesto fresco e naturale con cui Pietro reclinava la bocca all’orecchio di Giovanni, il ritrarsi ambiguo di Giuda mescolato agli altri apostoli… Questa era davvero una bestemmia: Giuda messo dalla stessa parte di Gesù! Lo dissi anche a quell’uomo, ma egli sorridendomi mi pregò perché intercedessi io per la sua anima presso nostro Signore. Sul serio, detestavo quell’uomo.

Presto giungeranno anche i miei commenti sugli altri esercizi.
Buon lavoro a tutti.
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Euridice



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MessaggioInviato: Sab 16 Mag 2009 19:02    Oggetto: Cita

Premetto che come al solito non ho rispettato i limiti e ho ancora da aggiustare accenti e soprattuto quelli sulle E maiuscole. Ho voluto sottolineare il fatto che tutti i discepoli tradirono Gesù, non solo Giuda e penso sia questo ad emergere dal Cenacolo di Leonardo.
Per ora invio:

Il tradimento

"Mastro Verrocchio dovette ringraziare Iddio più volte, ché fece nascere Lionardo bastardo, se nell’anno di grazia 1469 se lo vide entrare in bottega. Dei suoi servigi si avvantagiaron illustri nomi come Lorenzo il Magnifico, Ludovico il Moro e persino il re di Francia meglio che se Lionardo avesse potuto studiare per addivenir notaio. Certo che se ser Piero da Vinci lo avesse erudito in merito, Lionardo avrebbe potuto curar meglio i propri interessi, metter su casa, famiglia ma non sarebbe arrivato a trent’anni con l’idea che il mondo fosse tutto da ricreare. Se solo avesse potuto conoscere la verità sulla donna che insieme al latte gli aveva trasmesso l’amore per la natura sarebbe riuscito almeno a viver sereno, ma forse non avrebbe avuto l’estro per concepir il Cenacolo. Alla corte degli Sforza Lionardo era giunto con una lira in dono seducendo il principe con l’arte della musica, ma fu accolto perché depositario di ben altre conoscenze. Non fu facile per l’artista accettare che il bronzo destinato al monumento equestre di Francesco Sforza fosse fuso in cannoni, ma la commissione che lo guarì dalla cocente delusione fu proprio il dipinto del refettorio delle Grazie.

La parete era lì, bianca, vuota, screpolata. Era il terzo giorno che la fissava e sembrava che Lionardo non riuscisse a decidersi. Aveva in mente delle geometrie, aveva preso appunti, osservato, realizzato degli schizzi e non è che gli mancassero le idee, ma l’ultima cena di nostro Signore meritava un grado di concentrazione maggiore che per altri soggetti. Eran tre giorni che il maestro non mangiava né dormiva. E ora si erano aggiunte l’ansia e la paura. Qualcuno lo seguiva da tempo e anche quel mattino aveva udito dei passi scricchiolare sul pietrisco del sentiero che dal suo alloggio lo portava fino al convento. Un rumore improvviso lo fece voltare di scatto: il piatto con le uova era caduto. Non c’era vento. Lionardo corse giù dall’impalcatura e si precipitò all’ingresso. Vide un profilo di donna sparire dietro l’angolo. Urlò: − O chi tu sei che mi insegui? Non scappare! Non ti fo nulla!
Riuscì ad afferrarle la veste. La donna fu costretta a fermarsi. Si voltò. Piangeva. Non più giovane, aveva capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle. Erano folti, poco curati e color del mogano. Non doveva esser nobile, forse una contadina.
− Chi sei?
− Niente, una donna.
− Come niente? Tutto! L’avrai un nome, no?
− …
− O perché tu piangi?
− …
− Non è la prima volta che ti vedo. A Firenze…
− Mi avrà confusa con un’altra.
− Perché mi segui?
− Per lo stesso motivo per cui piango.
− Ossia?
− Lei somiglia a una persona che amo.
− Suo figlio?
− Avrebbe ora la sua età.
− Dov’è? E’ forse morto?
− E’ come se lo fosse.
− E’ lontano? In guerra?
− Mi fu portato via.
− Dal duca?
− Da un altro uomo o meglio da uno che credevo tale.
− Tuo marito?
− Doveva diventarlo. Così mi promise e io cedetti.
− Ti tradì.
− Tutti tradiscono. Meglio tradire…
− … che esser traditi. E chi è tradito…
− … tradisce a sua volta, per il dolore: è una catena. Anche nostro Signore Gesù Cristo fu tradito. E per questo fu messo in croce.
− Anche tu ti senti in croce?
− E lei, signore?
Lionardo non rispose. Aveva trascorso tutta l’adolescenza a chiedersi il perché sua madre l’avesse abbandonato e per anni quel senso di abbandono, di solitudine l’aveva accompagnato in ogni scelta, in ogni pennellata.
Lionardo non s’accorse che la donna nel frattempo era svanita portandosi dietro il mistero del suo nome.

Tornato alla parete bianca, Lionardo notò una vecchia Bibbia impolverata abbandonata in un angolo. Non gli sembrava ci fosse prima. L’aprì a caso e lesse: Vangelo di Giovanni, capitolo 13: “…In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà… Dì, chi è colui a cui si riferisce?... Signore, chi è?...”… Sarò forse io? Io? O io?
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E sognai talmente forte che mi usci' il sangue dal naso (Fiume Sand Creek di Faber)
Marcella Testa


Ultima modifica di Euridice il Dom 17 Mag 2009 08:18, modificato 4 volte in totale
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Dom 17 Mag 2009 01:24    Oggetto: Cita

L'ultima bischerata

L'ultima goccia di colore.
Leonardo posò il pennello, indietreggiò e contemplò la sua opera: tredici uomini che mangiano.
Uomini?
Siamo tutti uguali al cospetto di Nostro Signore? Il quesito corse a cercar lumi nel buio della mente.
Cosa avrebbero detto i vescovi e sua Santità, della figura femminea seduta alla destra di Gesù?
Ludovico gliel'aveva indicata: una meretrice che cena alla tavola degli apostoli.
Un abominio?
– Oh duca! L'è il Giovanni!
– Oh maestro! E tagliamo un po' 'sta chioma al giovane. – biascicò il nobile con finto accento toscano.
Leonardo si spazientì, nonostante il tintinnio nella saccoccia di Ludovico.
Il duca lo lasciò solo.
Gli comparve un mezzo sorriso amaro. Sorse tra la barba, nel rimirare l'Iscariota: era pentito di non avergli dato la giusta importanza.
Santa romana chiesa avrebbe dovuto ringraziare il traditore per aver posto il tradito su una croce e regalatole tutto quel potere sul mondo.
Gesù e Giuda, le due facce della stessa moneta.
Sospirò. C'era il tempo per un altro sberleffo.
Leonardo dipinse una mano in più.
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Claudio Costa
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Stefano Conti



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MessaggioInviato: Lun 18 Mag 2009 15:48    Oggetto: Cita

La divina proporzione

Fra’ Luca di Borgo aprì la pesante porta di legno che immetteva nel refettorio e rimase per un istante inebriato dall’odore della calce, mentre i suoi occhi si adattavano alla luce fioca.
Strisciando i sandali nella polvere si avvicinò al ponteggio sul quale scorgeva la figura di un uomo inginocchiato, che riconobbe come il suo compatriota. Il frate contemplò con commozione l’opera ormai quasi conclusa. La sua mente avvezza alla geometria tracciò linee dorate a rivelare la struttura più intima del dipinto: lo scheletro del piano prospettico prese forma e la figura centrale rimase inquadrata nella sua divina proporzione e isolata in una solitudine irraggiungibile.
– Ecco, – pensò,– solo attraverso la geometria, l’arte può aspirare al divino. –
Il frate uscì dalla stanza, quasi turbato dall’effetto dei suoi insegnamenti. Non ebbe neppure il coraggio di disturbare l’artista, e se ne andò lasciando al centro del tavolo da lavoro ai piedi del ponteggio, alcuni fogli e un bizzarro oggetto di legno non più grande di un pugno. Leonardo avrebbe capito.

Leonardo portò la candela vicino al volto, affinché la luce radente ne evidenziasse le ombre. Era pieno di rughe. Non erano i segni profondi della vecchiaia, ma una complicata ragnatela di minuscole increspature che ne profanavano la perfezione. Una cosa da nulla, percettibile solo a un occhio attento che osservava da vicino. Poi c’era quella crepa un po’ più profonda che era apparsa sulla parte inferiore sinistra del dipinto. Ne seguì il breve tracciato con il dito, prima di coprirla con precisi passaggi del pennello. Segni del tempo, prima del tempo. Una condanna senza sentenza, come il peccato originale. Si sentì pervadere dallo sconforto e decise che per quella sera il suo lavoro era terminato. Spense la candela prima di scendere dal ponteggio.

Vide i fogli e riconobbe la grafia fitta e precisa di Luca Pacioli. Lesse De divina proportione scritto a grandi lettere nere in cima alla prima pagina. Raccolse lo strano oggetto di legno che era appoggiato accanto a quei fogli e se lo rigirò fra le mani. Contò i lati. Un dodecaedro regolare.
– Ecco, – pensò,– solo attraverso l’arte, la geometria può aspirare al divino. –
Quella sera Leonardo avrebbe consumato un’altra candela.
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BARBAGI



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MessaggioInviato: Mar 19 Mag 2009 12:25    Oggetto: Re: L'ESERCIZIO DI MAGGIO Cita

Manco da un po' e vengo sommersa dalle novità. Non credo basterà una puntatina per mettermi in pari ma ci provo, partendo dalla palestra:

L’ho veduto scagliar su quelle porte ogni genere d’offesa. E non solo offese verbali, che quelle non le conto, e molte neppure le comprendevo.
Leonardo non si esimeva, com’era sua natura, dal legare il gesto al pensiero, o la brocca al verbo; e più spesso il compito mio fu raccogliere cocci anziché mesciare colori.
Ciò accadeva ogni volta che Il Moro “gli mandava a dire...” e ogni volta che lui rientrava “dall’andare a domandare...”

Ma quel giorno!
Quel giorno, sulle spalle del priore che negava ancora udienza e denari, il Maestro scaraventò soltanto un ghigno, retto da lieve canticchiare. Una beffa? Forse. Impossibile a dirsi.

Ta-te-ti du Ta-te-ti du DONNN du Ta-te-ti du Ta-te-ti

E, non appena fummo soli – Senti Gian Giacomo, guarda! – mi caricò, chiamandomi dal ponte. – Smetti ‘na bona volta di menare quel pestello e ascolta. Che sei il primo. Il primo!

Saliva e scendeva che pareva indemoniato. Moveva la sinistra sulla sua melodia e intanto s’arrestava, su un “ta” o su un “ti”, per dare un tocco a questo o a quello: illuminava un’occhiata, spegneva un gesto, così come altri avrebbero scacciato una mosca.

– La vedranno? – chiese leonardo a Leonardo. – Dimmi, la vedi tu? La senti? – mi interrogò.

Annuii, ma non la sentivo, e non la sento adesso.
Non scorgo la trina catena dei discepoli, di cui tanto favoleggiava. Non odo la musica celata, e neppure l’inganno della vista che confessava a me soltanto allora, perché ero giovinetto.

Rivedo però, ogni sera, lo sguardo con cui bruciò quei grandi che, parimenti mio, non videro, quando lui levò il telo.
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Euridice



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MessaggioInviato: Mar 19 Mag 2009 14:11    Oggetto: Cita

Euridice ha scritto:
Premetto che come al solito non ho rispettato i limiti e ho ancora da aggiustare accenti e soprattuto quelli sulle E maiuscole. Ho voluto sottolineare il fatto che tutti i discepoli tradirono Gesù, non solo Giuda e penso sia questo ad emergere dal Cenacolo di Leonardo.
Per ora invio:

Il tradimento

"Mastro Verrocchio dovette ringraziare Iddio più volte, ché fece nascere Lionardo bastardo, se nell’anno di grazia 1469 se lo vide entrare in bottega. Dei suoi servigi si avvantagiaron illustri nomi come Lorenzo il Magnifico, Ludovico il Moro e persino il re di Francia meglio che se Lionardo avesse potuto studiare per addivenir notaio. Certo che se ser Piero da Vinci lo avesse erudito in merito, Lionardo avrebbe potuto curar meglio i propri interessi, metter su casa, famiglia ma non sarebbe arrivato a trent’anni con l’idea che il mondo fosse tutto da ricreare. Se solo avesse potuto conoscere la verità sulla donna che insieme al latte gli aveva trasmesso l’amore per la natura sarebbe riuscito almeno a viver sereno, ma forse non avrebbe avuto l’estro per concepir il Cenacolo. Alla corte degli Sforza Lionardo era giunto con una lira in dono seducendo il principe con l’arte della musica, ma fu accolto perché depositario di ben altre conoscenze. Non fu facile per l’artista accettare che il bronzo destinato al monumento equestre di Francesco Sforza fosse fuso in cannoni, ma la commissione che lo guarì dalla cocente delusione fu proprio il dipinto del refettorio delle Grazie.

La parete era lì, bianca, vuota, screpolata. Era il terzo giorno che la fissava e sembrava che Lionardo non riuscisse a decidersi. Aveva in mente delle geometrie, aveva preso appunti, osservato, realizzato degli schizzi e non è che gli mancassero le idee, ma l’ultima cena di nostro Signore meritava un grado di concentrazione maggiore che per altri soggetti. Eran tre giorni che il maestro non mangiava né dormiva. E ora si erano aggiunte l’ansia e la paura. Qualcuno lo seguiva da tempo e anche quel mattino aveva udito dei passi scricchiolare sul pietrisco del sentiero che dal suo alloggio lo portava fino al convento. Un rumore improvviso lo fece voltare di scatto: il piatto con le uova era caduto. Non c’era vento. Lionardo corse giù dall’impalcatura e si precipitò all’ingresso. Vide un profilo di donna sparire dietro l’angolo. Urlò: − O chi tu sei che mi insegui? Non scappare! Non ti fo nulla!
Riuscì ad afferrarle la veste. La donna fu costretta a fermarsi. Si voltò. Piangeva. Non più giovane, aveva capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle. Erano folti, poco curati e color del mogano. Non doveva esser nobile, forse una contadina.
− Chi sei?
− Niente, una donna.
− Come niente? Tutto! L’avrai un nome, no?
− …
− O perché tu piangi?
− …
− Non è la prima volta che ti vedo. A Firenze…
− Mi avrà confusa con un’altra.
− Perché mi segui?
− Per lo stesso motivo per cui piango.
− Ossia?
− Lei somiglia a una persona che amo.
− Suo figlio?
− Avrebbe ora la sua età.
− Dov’è? E’ forse morto?
− E’ come se lo fosse.
− E’ lontano? In guerra?
− Mi fu portato via.
− Dal duca?
− Da un altro uomo o meglio da uno che credevo tale.
− Tuo marito?
− Doveva diventarlo. Così mi promise e io cedetti.
− Ti tradì.
− Tutti tradiscono. Meglio tradire…
− … che esser traditi. E chi è tradito…
− … tradisce a sua volta, per il dolore: è una catena. Anche nostro Signore Gesù Cristo fu tradito. E per questo fu messo in croce.
− Anche tu ti senti in croce?
− E lei, signore?
Lionardo non rispose. Aveva trascorso tutta l’adolescenza a chiedersi il perché sua madre l’avesse abbandonato e per anni quel senso di abbandono, di solitudine l’aveva accompagnato in ogni scelta, in ogni pennellata.
Lionardo non s’accorse che la donna nel frattempo era svanita portandosi dietro il mistero del suo nome.

Tornato alla parete bianca, Lionardo notò una vecchia Bibbia impolverata abbandonata in un angolo. Non gli sembrava ci fosse prima. L’aprì a caso e lesse: Vangelo di Giovanni, capitolo 13: “…In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà… Dì, chi è colui a cui si riferisce?... Signore, chi è?...”… Sarò forse io? Io? O io?


L'ho tagliato di netto, anche se così mi piace di meno Rolling Eyes

La parete era bianca, screpolata, vuota. Era il terzo giorno che la fissava e sembrava che Lionardo non riuscisse a decidersi. Aveva in mente delle geometrie, aveva preso appunti, osservato, realizzato degli schizzi e non è che gli mancassero le idee, ma l’ultima cena di nostro Signore meritava un grado di concentrazione maggiore che per altri soggetti. Eran tre giorni che il maestro non mangiava né dormiva. E ora si erano aggiunte l’ansia e la paura. Qualcuno lo seguiva da tempo e anche quel mattino aveva udito dei passi scricchiolare sul pietrisco del sentiero che dal suo alloggio lo portava fino al convento. Un rumore improvviso lo fece voltare di scatto: il piatto con le uova era caduto. Non c’era vento. Lionardo corse giù dall’impalcatura e si precipitò all’ingresso. Vide un profilo di donna sparire dietro l’angolo. Urlò: − O chi tu sei che mi insegui? Non scappare! Non ti fo nulla!
Riuscì ad afferrarle la veste. La donna fu costretta a fermarsi. Si voltò. Piangeva.
Non più giovane, aveva capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle. Erano folti, poco curati e color del mogano. Non doveva esser nobile, forse una contadina.
− Chi sei?
− Niente, una donna.
− Come niente? Tutto! L’avrai un nome, no?
− …
− O perché tu piangi?
− …
− Non è la prima volta che ti vedo. A Firenze…
− Mi avrà confusa con un’altra.
− Perché mi segui?
− Per lo stesso motivo per cui piango.
− Ossia?
− Lei somiglia a una persona che amo.
− Suo figlio?
− Avrebbe ora la sua età.
− E’ forse morto?
− E’ come se lo fosse.
− E’ in guerra?
− Mi fu portato via.
− Da tuo marito?
− Doveva diventarlo. Così mi promise e io cedetti.
− Ti tradì.
− Tutti tradiscono. Meglio tradire…
− … che esser traditi. E chi è tradito…
− … tradisce a sua volta, per il dolore: è una catena. Anche nostro Signore Gesù Cristo fu tradito. E per questo fu messo in croce.
− Anche tu ti senti in croce?
− E lei, signore?
Lionardo aveva trascorso tutta l’adolescenza a chiedersi il perché sua madre l’avesse abbandonato e per anni un senso di solitudine l’aveva accompagnato in ogni scelta, in ogni pennellata.
Il maestro non s’accorse che la donna nel frattempo era svanita portandosi dietro il mistero del suo nome.

Tornato alla parete notò una vecchia Bibbia impolverata abbandonata in un angolo. Non gli sembrava ci fosse prima. L’aprì a caso e lesse: Vangelo di Giovanni, capitolo 13: “…In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà… Dì, chi è colui a cui si riferisce?... Signore, chi è?...”… Sarò forse io? Io? O io?
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Euridice



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MessaggioInviato: Mer 20 Mag 2009 22:53    Oggetto: Cita

Euridice ha scritto:
Euridice ha scritto:
Premetto che come al solito non ho rispettato i limiti e ho ancora da aggiustare accenti e soprattuto quelli sulle E maiuscole. Ho voluto sottolineare il fatto che tutti i discepoli tradirono Gesù, non solo Giuda e penso sia questo ad emergere dal Cenacolo di Leonardo.
Per ora invio:

Il tradimento

"Mastro Verrocchio dovette ringraziare Iddio più volte, ché fece nascere Lionardo bastardo, se nell’anno di grazia 1469 se lo vide entrare in bottega. Dei suoi servigi si avvantagiaron illustri nomi come Lorenzo il Magnifico, Ludovico il Moro e persino il re di Francia meglio che se Lionardo avesse potuto studiare per addivenir notaio. Certo che se ser Piero da Vinci lo avesse erudito in merito, Lionardo avrebbe potuto curar meglio i propri interessi, metter su casa, famiglia ma non sarebbe arrivato a trent’anni con l’idea che il mondo fosse tutto da ricreare. Se solo avesse potuto conoscere la verità sulla donna che insieme al latte gli aveva trasmesso l’amore per la natura sarebbe riuscito almeno a viver sereno, ma forse non avrebbe avuto l’estro per concepir il Cenacolo. Alla corte degli Sforza Lionardo era giunto con una lira in dono seducendo il principe con l’arte della musica, ma fu accolto perché depositario di ben altre conoscenze. Non fu facile per l’artista accettare che il bronzo destinato al monumento equestre di Francesco Sforza fosse fuso in cannoni, ma la commissione che lo guarì dalla cocente delusione fu proprio il dipinto del refettorio delle Grazie.

La parete era lì, bianca, vuota, screpolata. Era il terzo giorno che la fissava e sembrava che Lionardo non riuscisse a decidersi. Aveva in mente delle geometrie, aveva preso appunti, osservato, realizzato degli schizzi e non è che gli mancassero le idee, ma l’ultima cena di nostro Signore meritava un grado di concentrazione maggiore che per altri soggetti. Eran tre giorni che il maestro non mangiava né dormiva. E ora si erano aggiunte l’ansia e la paura. Qualcuno lo seguiva da tempo e anche quel mattino aveva udito dei passi scricchiolare sul pietrisco del sentiero che dal suo alloggio lo portava fino al convento. Un rumore improvviso lo fece voltare di scatto: il piatto con le uova era caduto. Non c’era vento. Lionardo corse giù dall’impalcatura e si precipitò all’ingresso. Vide un profilo di donna sparire dietro l’angolo. Urlò: − O chi tu sei che mi insegui? Non scappare! Non ti fo nulla!
Riuscì ad afferrarle la veste. La donna fu costretta a fermarsi. Si voltò. Piangeva. Non più giovane, aveva capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle. Erano folti, poco curati e color del mogano. Non doveva esser nobile, forse una contadina.
− Chi sei?
− Niente, una donna.
− Come niente? Tutto! L’avrai un nome, no?
− …
− O perché tu piangi?
− …
− Non è la prima volta che ti vedo. A Firenze…
− Mi avrà confusa con un’altra.
− Perché mi segui?
− Per lo stesso motivo per cui piango.
− Ossia?
− Lei somiglia a una persona che amo.
− Suo figlio?
− Avrebbe ora la sua età.
− Dov’è? E’ forse morto?
− E’ come se lo fosse.
− E’ lontano? In guerra?
− Mi fu portato via.
− Dal duca?
− Da un altro uomo o meglio da uno che credevo tale.
− Tuo marito?
− Doveva diventarlo. Così mi promise e io cedetti.
− Ti tradì.
− Tutti tradiscono. Meglio tradire…
− … che esser traditi. E chi è tradito…
− … tradisce a sua volta, per il dolore: è una catena. Anche nostro Signore Gesù Cristo fu tradito. E per questo fu messo in croce.
− Anche tu ti senti in croce?
− E lei, signore?
Lionardo non rispose. Aveva trascorso tutta l’adolescenza a chiedersi il perché sua madre l’avesse abbandonato e per anni quel senso di abbandono, di solitudine l’aveva accompagnato in ogni scelta, in ogni pennellata.
Lionardo non s’accorse che la donna nel frattempo era svanita portandosi dietro il mistero del suo nome.

Tornato alla parete bianca, Lionardo notò una vecchia Bibbia impolverata abbandonata in un angolo. Non gli sembrava ci fosse prima. L’aprì a caso e lesse: Vangelo di Giovanni, capitolo 13: “…In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà… Dì, chi è colui a cui si riferisce?... Signore, chi è?...”… Sarò forse io? Io? O io?


L'ho tagliato di netto, anche se così mi piace di meno Rolling Eyes

La parete era bianca, screpolata, vuota. Era il terzo giorno che la fissava e sembrava che Lionardo non riuscisse a decidersi. Aveva in mente delle geometrie, aveva preso appunti, osservato, realizzato degli schizzi e non è che gli mancassero le idee, ma l’ultima cena di nostro Signore meritava un grado di concentrazione maggiore che per altri soggetti. Eran tre giorni che il maestro non mangiava né dormiva. E ora si erano aggiunte l’ansia e la paura. Qualcuno lo seguiva da tempo e anche quel mattino aveva udito dei passi scricchiolare sul pietrisco del sentiero che dal suo alloggio lo portava fino al convento. Un rumore improvviso lo fece voltare di scatto: il piatto con le uova era caduto. Non c’era vento. Lionardo corse giù dall’impalcatura e si precipitò all’ingresso. Vide un profilo di donna sparire dietro l’angolo. Urlò: − O chi tu sei che mi insegui? Non scappare! Non ti fo nulla!
Riuscì ad afferrarle la veste. La donna fu costretta a fermarsi. Si voltò. Piangeva.
Non più giovane, aveva capelli lunghi lasciati sciolti sulle spalle. Erano folti, poco curati e color del mogano. Non doveva esser nobile, forse una contadina.
− Chi sei?
− Niente, una donna.
− Come niente? Tutto! L’avrai un nome, no?
− …
− O perché tu piangi?
− …
− Non è la prima volta che ti vedo. A Firenze…
− Mi avrà confusa con un’altra.
− Perché mi segui?
− Per lo stesso motivo per cui piango.
− Ossia?
− Lei somiglia a una persona che amo.
− Suo figlio?
− Avrebbe ora la sua età.
− E’ forse morto?
− E’ come se lo fosse.
− E’ in guerra?
− Mi fu portato via.
− Da tuo marito?
− Doveva diventarlo. Così mi promise e io cedetti.
− Ti tradì.
− Tutti tradiscono. Meglio tradire…
− … che esser traditi. E chi è tradito…
− … tradisce a sua volta, per il dolore: è una catena. Anche nostro Signore Gesù Cristo fu tradito. E per questo fu messo in croce.
− Anche tu ti senti in croce?
− E lei, signore?
Lionardo aveva trascorso tutta l’adolescenza a chiedersi il perché sua madre l’avesse abbandonato e per anni un senso di solitudine l’aveva accompagnato in ogni scelta, in ogni pennellata.
Il maestro non s’accorse che la donna nel frattempo era svanita portandosi dietro il mistero del suo nome.

Tornato alla parete notò una vecchia Bibbia impolverata abbandonata in un angolo. Non gli sembrava ci fosse prima. L’aprì a caso e lesse: Vangelo di Giovanni, capitolo 13: “…In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà… Dì, chi è colui a cui si riferisce?... Signore, chi è?...”… Sarò forse io? Io? O io?


Ecco la III versione Shocked

Sarò forse io?

La parete era bianca, screpolata, vuota. Era il terzo giorno che la fissava ma Lionardo non riusciva a decidersi. Aveva in mente delle geometrie, aveva preso appunti, osservato, realizzato degli schizzi e non è che gli mancassero le idee, ma l’ultima cena di nostro Signore meritava un grado di concentrazione maggiore che per altri soggetti. Erano tre giorni che non mangiava né dormiva. E ora si erano aggiunte l’ansia e la paura. Qualcuno lo seguiva da tempo e anche quel mattino aveva udito dei passi sul pietrisco del sentiero del convento.
Un rumore lo fece voltare di scatto: il piatto con le uova era caduto. Non c’era vento. Lionardo corse giù dall’impalcatura e si precipitò all’ingresso. Vide un profilo di donna sparire dietro l’angolo. Urlò: − O chi tu sei che mi insegui? Non scappare! Non ti fo nulla!
Le afferrò la veste. La donna si voltò. Piangeva.
Non più giovane, aveva capelli lunghi sulle spalle, poco curati e color del mogano. Forse una contadina.
− Chi sei?
− Niente, una donna.
− Come niente? Tutto! L’avrai un nome, no?
− …
− O perché tu piangi?
− …
− Non è la prima volta che ti vedo. A Firenze…
− Mi avrà confusa con un’altra.
− Perché mi segui?
− Per lo stesso motivo per cui piango.
− Ossia?
− Lei somiglia a una persona che amo.
− Chi?
− Mio figlio: avrebbe ora la sua età.
− É morto?
− Come se lo fosse.
− É in guerra?
− Mi fu portato via.
− Chi osò tanto? Suo marito?
− Doveva diventarlo. Così mi promise e io cedetti.
− Ti tradì.
− Tutti tradiscono. Meglio tradire…
− … che esser traditi. E chi è tradito…
− … tradisce a sua volta, per il dolore: è una catena. Anche Gesù fu tradito. E per questo fu messo in croce.
− Anche tu ti senti in croce?
− E lei, signore?
Lionardo non rispose. Rivide in un attimo la propria vita trascorsa a chiedersi il perché la madre l’avesse abbandonato. Per anni un senso di solitudine l’aveva accompagnato in ogni scelta, in ogni pennellata.
− Anche Giuda…
Lionardo avrebbe voluto continuare quella conversazione, ma la donna era svanita col mistero del suo nome.

Tornato alla parete notò in un angolo una vecchia Bibbia impolverata. Non gli sembrava ci fosse prima. L’aprì a caso e lesse: Vangelo di Giovanni, capitolo 13: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà… Dì, chi è colui a cui si riferisce?... Signore, chi è?...”… Sarò forse io? Io? O io?
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E sognai talmente forte che mi usci' il sangue dal naso (Fiume Sand Creek di Faber)
Marcella Testa
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Stefano Conti



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MessaggioInviato: Lun 25 Mag 2009 16:53    Oggetto: Cita

Ecco la riscrittura a seguito del graditissimo aiuto di Alberto.


La divina proporzione

Fra’ Luca da Borgo aprì la pesante porta di legno del refettorio: l’odore della calce lo avvolse mentre gli occhi si adattavano alla luce fioca. Strisciando i sandali nella polvere si avvicinò al ponteggio dov’era un uomo inginocchiato, che riconobbe come il suo compatriota. Il frate contemplò con commozione l’opera quasi conclusa. Con la mente avvezza alla geometria riconobbe la struttura più intima del dipinto: lo scheletro prospettico prese forma e la figura centrale venne inquadrata in quella divina e irraggiungibile proporzione.
– Ecco, – pensò,– solo attraverso la geometria, l’arte aspira al divino.
Il frate uscì turbato dall’effetto dei suoi insegnamenti. Non ebbe il coraggio di disturbare l’artista, e se ne andò lasciando al centro del tavolo da lavoro alcuni fogli e un oggetto di legno non più grande di un pugno. Leonardo avrebbe capito.

Leonardo portò la candela vicino a quel volto per evidenziarne le ombre alla luce radente. Era pieno di rughe. Non erano i segni della vecchiaia, ma una ragnatela di increspature che ne profanavano la perfezione. Era una cosa da nulla, percettibile solo a un occhio attento. Poi c’era quella crepa più profonda apparsa sulla parte inferiore del dipinto. Ne seguì il tracciato con il dito, prima di coprirla con precisi passaggi del pennello. Segni del tempo, prima del tempo. Una condanna senza sentenza, come il peccato originale. Pervaso dallo sconforto decise di terminare. Spense la candela prima di scendere.

Vide i fogli e riconobbe la grafia fitta e precisa di Luca Pacioli. Lesse De divina proportione a grandi lettere nere sulla prima pagina. Raccolse lo strano oggetto di legno appoggiato accanto ai fogli e lo rigirò fra le mani. Contò i lati. Un dodecaedro regolare.
– Ecco, – pensò,– solo attraverso l’arte, la geometria può aspira al divino.
Quella sera Leonardo avrebbe consumato un’altra candela.
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