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La bellezza delle parolacce


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jpaulverlain



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MessaggioInviato: Dom 07 Feb 2016 18:06    Oggetto: Cita

Concordo coi nei, col semaforo e con Twigg.
La moderazione, il ontesto, il sesso del personagio( una donna che dice "cazzo" una volta sì una... sempre, non credo venga da Cambridge), il dialogo, sono le torte su cui vanno poste le ciliegine delle parolacce.
tempo fa ebbi modo di discutere con una tizia della lombardia(su FB) che continuava a usare "minchia" come fosse sale o zucchero su una pietanza. Le feci osservare che i siciliabìni la usiamo con moderazione perché è una parolaccia forte per noi. Ma per lei era naturale usarla perché, diceva, non c'era nulla di male!
Beata lei. finimmo per litigare perché mi giudicòl un prete o un bigotto.
Occorre por mente anche a chi va diretto il racconto e usare i giusti epiteti che non offendano.
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Salvo Andrea Figura
"Asparago siculo" Giallo24-Mondadori. gen. 2013.
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Recenso



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MessaggioInviato: Gio 18 Feb 2016 05:30    Oggetto: Cita

Un collega mi ha fatto ricordare questo"delizioso" passaggio di un romanzo di King.
Citazione:
“Io amo Sadie, e lei farà meglio a non rompere i coglioni a un uomo innamorato. Se si fa ancora i cazzi miei (o quelli di Sadie), farò di tutto per renderla la più triste stronza puritana del Texas. Questa è la sincera promessa che le faccio.”

(Si tratta di 22/11/'63). Il personaggio ha delle buone ragioni per esprimersi così e così procede King.

I nostri gusti e le nostre ragioni etiche, Kenji, non devono mai interferire; al cospetto dei personaggi, l'autore deve scomparire, annullarsi, morire...

Per la bestemmia in latino, bisogna vedere se è consona al carattere, ruolo, vissuto, stato d'animo, paese di origine e così via del personaggio che la pronuncia.
Se gli addolcisci il linguaggio apposta, perché il suo vocabolario contrasta col tuo, non è più lui a parlare, ma sei tu. E, come sopra, l'autore deve sparire.

Alla WMI interessa soltanto che scriviamo belle storie e bene. Ciò implica adottare un linguaggio in sintonia con il personaggio.
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Kenji



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MessaggioInviato: Gio 18 Feb 2016 14:28    Oggetto: Cita

Recenso ha scritto:
Alla WMI interessa soltanto che scriviamo belle storie e bene. Ciò implica adottare un linguaggio in sintonia con il personaggio.

Questo consiglio mi sembra parecchio utile. Grazie, Recenso!
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jpaulverlain



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MessaggioInviato: Gio 18 Feb 2016 15:40    Oggetto: Cita

Si Valeria ho letto 22/11. E dopo le prime 80 pagine confesso che avrei voluto chiuderlo. Sembrava un mattone, poi si è ripreso(lui) e allora davvero non mi ha più fatto staccare le mani dal libro.
Conosco bene quel linguaggio e in fondo tu hai ribadito quanto dicevo io: tutto dipende dal contesto e dal personaggio. Nel romanzo che citi, siamo in Texas, a Dallas e in un posto vicino di cui non ricordo adesso il nome e negli anni '60( a un certo punto del racconto) ma nel presenete.
Cambia poco: Dallas non è Oxford e il personaggio non è una mammoletta, se insinsieme a Sadie faceva i "week end sporcaccioni..." li chiama lui.
Dunque personaggi e ambientazioni sono il brodo primordiale in cui far vivere il linguaggio dei protagonisti. Sia un linguaggio da preti o da butteri.
Ho detto e ripeto alla noia che "Est modus in rebus". Il parlare "sguaiato", può caratterizzare i personaggi, ma solo limitatamente ad essi e senza che l'autore interferisca. Ma l'autore è bene che non si lasci prendere la mano dai personaggi che crea. Tutto qui
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Salvo Andrea Figura
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M.T.



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MessaggioInviato: Gio 18 Feb 2016 18:19    Oggetto: Cita

Tutto dipende dall'autore: c'è modo e modo di scrivere.
Prendiamo l'esempio di scene di sesso (restando in tema di "sporcaccioni"). Morgan in Sopravvissuti descrive le scene nel dettaglio, in modo forte, si compiace di come le mostra e calca la mano per stupire il lettore. Scene fini solamente a se stesse e non alla trama, che infastidiscono anche perché si avverte come l'autore si compiace di questa cosa.
Murakami in 1Q84 descrive anche lui in dettaglio le scene di sesso, ma lo fa in un modo che non è né pornografico, né compiaciuto e si amalgama bene nel contesto della storia.
Analogo discorso per le parolacce: ci deve essere una ragione. Idem se si vuole usare le bestemmie, ma con queste ci andrei piano, perché il rischio di suscitare la sensibilità di certi lettori è alta. Anche qui c'è modo e modo.
Ho avuto alle superiori (per poco tempo) un compagno di classe che metteva bestemmie in ogni frase che faceva (roba che su cinque parole, sei erano bestemmie): anche per chi non era credente, la cosa era parecchio disturbante, perché era gratuita, inutile e soprattutto molto incivile e maleducata.
In una scena, facciamo un esempio classico, uno si tira una martellata su un dito: in questo caso una bestemmia potrebbe partire, ma l'autore, invece di usare una bestemmia, può usare un "porca putana!", che è colorito, ma ancora entro certi limiti. Se proprio si vuole scrivere che bestemmia, si può mettere "e prese a saltellare bestemmiando di brutto, ma così di brutto, che tutti si aspettavano che il Cristo venisse giù dal crocefisso e lo pregasse di smettere".
Come già detto da chi mi ha preceduto, è meglio non abusare delle parolacce, uno perché stancano, due perché usarle in continuazione logora e fanno perdere effetto. L'effetto di un "c***o!" o "m***a!" è più efficace se usato solo in una situazione che richiede un'esclamazione colorita (es. si è finiti in un agguato) piuttosto di averla sempre tra i piedi.
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jpaulverlain



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MessaggioInviato: Gio 18 Feb 2016 19:01    Oggetto: Cita

M.T. ha scritto:
Tutto dipende dall'autore: c'è modo e modo di scrivere.
Prendiamo l'esempio di scene di sesso (restando in tema di "sporcaccioni"). Morgan in Sopravvissuti descrive le scene nel dettaglio, in modo forte, si compiace di come le mostra e calca la mano per stupire il lettore. Scene fini solamente a se stesse e non alla trama, che infastidiscono anche perché si avverte come l'autore si compiace di questa cosa.
Murakami in 1Q84 descrive anche lui in dettaglio le scene di sesso, ma lo fa in un modo che non è né pornografico, né compiaciuto e si amalgama bene nel contesto della storia.
Analogo discorso per le parolacce: ci deve essere una ragione. Idem se si vuole usare le bestemmie, ma con queste ci andrei piano, perché il rischio di suscitare la sensibilità di certi lettori è alta. Anche qui c'è modo e modo.
Ho avuto alle superiori (per poco tempo) un compagno di classe che metteva bestemmie in ogni frase che faceva (roba che su cinque parole, sei erano bestemmie): anche per chi non era credente, la cosa era parecchio disturbante, perché era gratuita, inutile e soprattutto molto incivile e maleducata.
In una scena, facciamo un esempio classico, uno si tira una martellata su un dito: in questo caso una bestemmia potrebbe partire, ma l'autore, invece di usare una bestemmia, può usare un "porca putana!", che è colorito, ma ancora entro certi limiti. Se proprio si vuole scrivere che bestemmia, si può mettere "e prese a saltellare bestemmiando di brutto, ma così di brutto, che tutti si aspettavano che il Cristo venisse giù dal crocefisso e lo pregasse di smettere".
Come già detto da chi mi ha preceduto, è meglio non abusare delle parolacce, uno perché stancano, due perché usarle in continuazione logora e fanno perdere effetto. L'effetto di un "c***o!" o "m***a!" è più efficace se usato solo in una situazione che richiede un'esclamazione colorita (es. si è finiti in un agguato) piuttosto di averla sempre tra i piedi.

@ Mi trovi d'accordo.
In ogni caso, nell'esempio citato da Valeria, il personaggio, che io ricordi, usa le parolacce molto di rado e comunque, in un volume di quasi 600 pagine, sono talmente diluite che non infastidiscono e, infine, fanno parte del personaggio che, devo dire, è molto galante e NON texano. E questo fa anche la differenza coi comprimari che appaiono nel romanzo: piccoli provinciali di una sconosciuta, nel 1963, cittadina del Texas risaltata agli onori della cronaca solo per lassassinio di JFK.
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M.T.



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MessaggioInviato: Gio 18 Feb 2016 19:34    Oggetto: Cita

Non ho letto questo romanzo di King, ma altri sì e lo scrittore fa un uso equilibrato (quando lo fa) delle parolacce; mi viene in mente Detta Walker nella serie di La Torre Nera e del suo linguaggio colorito (definisce per esempio gli uomini dalla pelle bianca "stinti cazzuti").
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Recenso



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MessaggioInviato: Gio 18 Feb 2016 21:50    Oggetto: Cita

M.T. ha scritto:
Tutto dipende dall'autore: c'è modo e modo di scrivere.
Prendiamo l'esempio di scene di sesso (restando in tema di "sporcaccioni"). Morgan in Sopravvissuti descrive le scene nel dettaglio, in modo forte, si compiace di come le mostra e calca la mano per stupire il lettore. Scene fini solamente a se stesse e non alla trama, che infastidiscono anche perché si avverte come l'autore si compiace di questa cosa.
Murakami in 1Q84 descrive anche lui in dettaglio le scene di sesso, ma lo fa in un modo che non è né pornografico, né compiaciuto e si amalgama bene nel contesto della storia.
Analogo discorso per le parolacce: ci deve essere una ragione. Idem se si vuole usare le bestemmie, ma con queste ci andrei piano, perché il rischio di suscitare la sensibilità di certi lettori è alta. Anche qui c'è modo e modo.
Ho avuto alle superiori (per poco tempo) un compagno di classe che metteva bestemmie in ogni frase che faceva (roba che su cinque parole, sei erano bestemmie): anche per chi non era credente, la cosa era parecchio disturbante, perché era gratuita, inutile e soprattutto molto incivile e maleducata.
In una scena, facciamo un esempio classico, uno si tira una martellata su un dito: in questo caso una bestemmia potrebbe partire, ma l'autore, invece di usare una bestemmia, può usare un "porca putana!", che è colorito, ma ancora entro certi limiti. Se proprio si vuole scrivere che bestemmia, si può mettere "e prese a saltellare bestemmiando di brutto, ma così di brutto, che tutti si aspettavano che il Cristo venisse giù dal crocefisso e lo pregasse di smettere".

Condivido tutto quello che avete detto. Anch'io evito di riportare le bestemmie esplicite, per rispetto verso i credenti di qualsiasi religione, e procedo come hai descritto tu. EDIT: dico che sta bestemmiando.
Così siamo tutti contenti.

Quanto alle parolacce, nella vita reale ne dico quasi zero, ma... a voi capita mai di sentire nei film americani (doppiati) imprecazioni tipo "Cristo!" e "Merda!", talvolta in quantità industriali?
Negli ultimi anni mi ci sono imbattuta anche nelle produzioni italiane.
Ecco, non so a voi, ma a me questa tendenza di importare dall'estero pure le imprecazioni disturba assai. Se devo scrivere una parolaccia la scelgo italiana Very Happy
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jpaulverlain



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MessaggioInviato: Ven 19 Feb 2016 01:07    Oggetto: Cita

Hai ragione Valeria, usare i termini americani anche Pet le parolacce mi sembra davvero una sudditanza eccessiva. Se proprio dobbiamo dirle... attingiamo alla tradizione nostrana che non teme confronti e coloriture.
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Kenji



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MessaggioInviato: Ven 19 Feb 2016 13:56    Oggetto: Cita

Do ragione a Recenso: molto meglio scrivere "il personaggio imprecò/bestemmiò" piuttosto che scrivere direttamente il turpiloquio. A meno che la narrazione non sia in prima persona e chi narra è sboccato.
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MessaggioInviato: Ven 19 Feb 2016 14:51    Oggetto: Cita

Kenji ha scritto:
Do ragione a Recenso: molto meglio scrivere "il personaggio imprecò/bestemmiò" piuttosto che scrivere direttamente il turpiloquio. A meno che la narrazione non sia in prima persona e chi narra è sboccato.

@ Anche in prima persona, SE VUOI, PUOI OVVIARE ALLA PAROLACCIA ESPLICITA usando il trattino di inciso e dicendo, in prima persona: - Bla, bla, bla, bla - imprecai contro tutti i santi - Tu non ti rendi conto, Carlo di cosa significhi... etc. etc.
Come vedi, rendi anche meglio perché lasci immaginare al lettore qualunque parolaccia venga in mente al personaggio, senza, mettergliele in bocca o in testa al lettore.
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Recenso



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MessaggioInviato: Ven 19 Feb 2016 17:44    Oggetto: Cita

Concordo con Salvo, Kenji: scrivere in prima persona non significa sbobinare i pensieri del personaggio. Se provassimo a scrivere tutto quello che ci passa per la testa, senza censure né aggiustamenti grammaticali, ne verrebbe fuori qualcosa di illeggibile. Anche noi mediamo quando scriviamo sul diario, nella nostra privacy.
Ecco, mediare. L'autore - così come il narratore - è solo un mezzo che permette ai personaggi di emergere dall'oblio.

Altra soluzione: può essere che il personaggio abbia origini estere - che so, è tedesco - oppure ha un genitore di altra nazionalità, o magari è semplicemente esterofilo, e vuole affermare la sua estraneità/superiorità imprecando nell'altra lingua. Il lettore non capirà la parolaccia, anche se lui l'avrà pronunciata lo stesso; in questo caso sarai tu a dover far capire al lettore che ha imprecato (senza cadere nell'infodump).
Oppure inventi tu le parolacce. Può essere che il personaggio sia uno snob, un artista, un mezzo matto, e abbia sviluppato un proprio ventaglio di epiteti.
Nel fantasy, come nella fantascienza, invece, potrebbero comparire personaggi di un'altra specie, o comunque provenienti da lande che esistono soltanto in quell'universo narrativo. In questo caso potresti dotarli di una lingua propria, parolacce incluse, e fare loro pronunciare queste.
O magari non ne conoscono alcuna, perché nella loro civiltà non esiste il concetto di "insulto" e volendo "adeguarsi", perché magari sono in visita presso una popolazione sboccata, pronunciano frasi bizzarre.
Sbizzarrisciti: nella narrativa, il limite è soltanto la tua fantasia Very Happy
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MessaggioInviato: Ven 19 Feb 2016 18:48    Oggetto: Cita

Recenso ha scritto:
Concordo con Salvo, Kenji: scrivere in prima persona non significa sbobinare i pensieri del personaggio. Se provassimo a scrivere tutto quello che ci passa per la testa, senza censure né aggiustamenti grammaticali, ne verrebbe fuori qualcosa di illeggibile. Anche noi mediamo quando scriviamo sul diario, nella nostra privacy.
Ecco, mediare. L'autore - così come il narratore - è solo un mezzo che permette ai personaggi di emergere dall'oblio.

Altra soluzione: può essere che il personaggio abbia origini estere - che so, è tedesco - oppure ha un genitore di altra nazionalità, o magari è semplicemente esterofilo, e vuole affermare la sua estraneità/superiorità imprecando nell'altra lingua. Il lettore non capirà la parolaccia, anche se lui l'avrà pronunciata lo stesso; in questo caso sarai tu a dover far capire al lettore che ha imprecato (senza cadere nell'infodump).
Oppure inventi tu le parolacce. Può essere che il personaggio sia uno snob, un artista, un mezzo matto, e abbia sviluppato un proprio ventaglio di epiteti.
Nel fantasy, come nella fantascienza, invece, potrebbero comparire personaggi di un'altra specie, o comunque provenienti da lande che esistono soltanto in quell'universo narrativo. In questo caso potresti dotarli di una lingua propria, parolacce incluse, e fare loro pronunciare queste.
O magari non ne conoscono alcuna, perché nella loro civiltà non esiste il concetto di "insulto" e volendo "adeguarsi", perché magari sono in visita presso una popolazione sboccata, pronunciano frasi bizzarre.
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@Brava Valeria, bellissimi spunti per migliorare. Ne prenderò nota anch'io. Si impara sempre qualcosa di nuovo.
Buona serata.
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