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A ESERCIZIO DI GENNAIO: LA VOCE NARRANTE


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antolusci



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MessaggioInviato: Ven 22 Gen 2010 18:43    Oggetto: Cita

Racconto eliminato.
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Antonio Lusci


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antolusci



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MessaggioInviato: Ven 22 Gen 2010 19:13    Oggetto: Cita

Preso dalla foga di scrivere ho commesso l'imperdonabile errore di non raccontare di nessun medico, nè di aiuti umanitari. Ora che faccio, tolgo tutto?

Ho già rimediato. Tolto tutto. Embarassed
_________________
Antonio Lusci


Ultima modifica di antolusci il Sab 23 Gen 2010 11:54, modificato 1 volta in totale
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Andrea Delle Sedie-1



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MessaggioInviato: Sab 23 Gen 2010 10:21    Oggetto: Cita

vediamo come va...

Scelte di vita

Ancora una volta era partita, o fuggita, chi può dirlo. Diceva a tutti che era suo dovere, aveva studiato tanti anni per aiutare le persone e in questi casi era un obbligo morale farlo. Per questo era entrata nell’equipe di pronto intervento. Loro partivano sempre. Entro 72 ore dovevano avere pronto il bagaglio, salutato gli affetti, chiuso il mondo abituale fuori dalla testa ed essere pronti a tutto.
Aveva già fatto lo Tsunami, si aspettava qualcosa di simile, sulla base dei servizi alla tv.
Sapeva che il loro compito era il peggiore, non dovevano soltanto fare i medici, ma essendo il primo gruppo, dovevano comunque organizzare il lavoro anche per chi li avrebbe seguiti.
Guardò gli altri. Alcuni erano suoi colleghi abituali, come Antonio, l’infermiere, o Marco, l’anestesista. Poi c’era un pediatra che aveva incrociato soltanto qualche volta a mensa; gli pareva giovane e inesperto ma se l’avevano preso doveva sapere il fatto suo. Gli altri quattro erano sconosciuti ma ancora per poco. Sapeva che nelle prossime due settimane quella sarebbe stata l’unica la sua famiglia, senza poter più pensare a Luca, che era rimasto a casa, né al suo piccolo angelo.
Veloce apparve l’immagine di Alessandro, ancora sporco di sangue, mentre suo marito le stringeva la mano piangendo di felicità. Erano passati soltanto 10 mesi.
Scacciò via il ricordo. Non poteva pensare all’espressione sulla faccia di Luca: non aveva capito la sua partenza.
Poi il capitano annunciò l’atterraggio a Port-au-Prince e lei tornò a ripetersi i protocolli da applicare. Sarebbe stata ancora nell’inferno, come qualche anno prima.
Attraversarono in macchina buona parte del deserto che era stata una città, nel silenzio rotto soltanto dal singhiozzo disperato di qualche madre o di qualche bambino, oltre ai continui crolli delle macerie instabili.
Aveva ragione, questo era l’inferno. Ma doveva entrarci per farne uscire più persone possibile.
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angelico



Registrato: 26-07-2009 13:55
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MessaggioInviato: Sab 23 Gen 2010 13:54    Oggetto: Cita

La bambina

La bambina, per fortuna era morta. Viveva a Port au Prince ed era rimasta intrappolata con una gamba fra le macerie della sua casa. Dieci anni, undici al massimo. L’unica sopravvissuta, lei la più piccola in famiglia, si chiamava Therese. Il terremoto, terremoto ad Haiti. Ma, per fortuna, alla fine, era morta. Il suo corpicino era ancora caldo quando le si avvicinò il gruppo di sciacalli guidati da Jacques. Vagavano fra le macerie alla ricerca di qualcosa da rubare e Therese era stato un dilettevole diversivo. Jacques fu il primo ad abusarne, poi, a turno, tutti gli altri.

Luisa stava esaminando il cadavere di Therese. Non era alle prime armi come medico, ma uno spettacolo del genere non se lo aspettava. Era arrivata all’aeroporto quella mattina a seguito della missione italiana e il lavoro l’aveva assorbita per tutto il giorno. E adesso questo.
Erano in due in quel momento all’ospedale da campo, lei e Luca. Molto giovane e molto volenteroso, non aveva nessuna specialità medica, ma si dava da fare ed era sveglio. Era stato Luca a chiamarla e ora la stava osservando.
“È stata violentata?”
“Sì, ma penso che fosse già morta quando l’hanno fatto.”
“Sei sicura?”
“Sì, l’imene è stato squarciato, ma non c’è traccia di sanguinamento, segno che il cuore aveva già smesso di pompare quando è accaduto. Era già morta, per fortuna. È un vero schifo. C’è sperma dappertutto, sulle cosce, sul pube, sul vestito. Deve essere stato più di uno ad abusare di lei.”
“Allora è una fortuna che sia morta prima.”
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Teresa Anna Angelico
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claudioataru



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MessaggioInviato: Sab 23 Gen 2010 16:48    Oggetto: Cita

L'inferno sulla Terra

Patrick e la sua equipe medica sono atterrati da poco con un aereo partito da San Francisco in un aeroporto nel quale girano solo squadre di soccorso. Salito sulla loro jeep Patrick chiede al suo capo dove sono diretti.
“Il piazzale posto in Champ de Mars”, risponde Denise.
Patrick guarda i suoi begli occhi azzurri ma solo per un istante. La sua attenzione è attirata dalle case ai lati della strada di Port Au Prince. Se si possono definire così dei cumuli di macerie. Alcune sono rimaste in piedi ma hanno lesioni a X, le più temibili, che condannano l'edificio a demolizione sicura. Altre sono piegate verso destra come se volessero appoggiarsi su un fianco, per riposare. Molti abitanti camminano veloci, come alcune donne, che tengono sul capo secchi pieni di oggetti loro cari. Arrivano ad uno dei numerosi campi di fortuna. Smontano dal mezzo, giusto per vedere due neri che portano verso il campo un bambino disteso su un materasso, usato come brandina di fortuna, con la gamba spezzata sotto la rotula e l'osso sporgente, inondato di sangue. Sopra la lesione è legato stretto uno straccio sporco di calcinacci. Il bambino, coperto da uno strato di polvere bianca, non si lamenta ma nei suoi occhi si legge dolore. Forse anche per la perdita dei suoi cari.
“Presto, portatelo dentro!”, urla Denise.
Uno sparo. Patrick sussulta e si volta, vedendo un abitante di Haiti che punta un fucile verso un gruppo di ragazzi che scappano con alcuni oggetti in mano. Un ragazzo è a terra e perde sangue dalla spalla ferita.
“Andiamo a prenderlo!”, urla Patrick.
Mentre i suoi compagni di gruppo l'aiutano a prendere il ragazzo ferito Patrick guarda l'uomo che sparato, che ancora punta il fucile verso di loro. Non si deve rubare certo, ma neanche ammazzare. L'uomo, che guarda torvamente l'equipe medica, abbassa lo sguardo e il fucile.
Patrick pensa che la perdita più grande degli abitanti di Port Au Prince sia quella del senso di coscienza.

Claudio Vasi
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Il poeta guarda il mondo come un uomo guarda una donna - Steven Wallace
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Massimo Monciardini



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MessaggioInviato: Dom 24 Gen 2010 22:45    Oggetto: Cita

Eccomi

La cosa giusta

Angelo sapeva di aver fatto la cosa giusta, ma quel volo precario gli aveva quasi fatto cambiare idea. Era sul punto di pentirsi.
Non si sentiva bene, ma non era cinetosi e nemmeno le vibrazioni che lo scuotevano fin nelle budella. Si guardò attorno cercando conferme o smentite sul volto dei colleghi.
Una ragazza rannicchiata nell'angolo stava peggio di lui, ma il suo era davvero mal d'aria. Era più bianca della valigetta di pronto soccorso che stringeva al petto, solo che sulle sue guance mancava la croce rossa. Non serviva l'occhio clinico per capire che tra poco avrebbe vomitato.
Nessuno degli altri della squadra la guardava, l'aereo era in virata stretta e fuori dall'oblò si distingueva il terreno.
Angelo preferiva non vedere nulla. Conosceva queste scene e sapeva che era meglio non avere anticipazioni. Nulla ti poteva preparare. L'avevano chiamato per la sua esperienza - “ネ un disastro, non vogliamo improvvisare. Ci sono tanti volontari entusiasti, ma non basta. Ci servono professionisti”, gli avevano detto. Come poteva non accettare? Aveva fatto la cosa giusta.
Gli sarebbe piaciuto parlare con gli altri, per allentare la tensione, ma non era possibile. Aveva provato, ma tra il rombo irregolare del motore e il fischio degli spifferi non era il caso di sprecare il fiato urlando.
Si chiese anche in che lingua avrebbero comunicato. Inglese, o francese, supponeva, ma il frastuono aveva impedito addirittura che capissero i rispettivi nomi, altro che scambiare parole comprensibili.

Volavano a quota sempre più bassa e tutti guardavano fuori, compresa la ragazza, che si era liberata lo stomaco e aveva recuperato un po' di colorito. Solo Angelo aveva chiuso gli occhi, e pensava che non avrebbe voluto essere lì. Giusto o sbagliato che fosse.
Aveva paura.
Non di quello che avrebbero trovato in ospedale, sapeva che avrebbe retto.
Aveva fatto la cosa giusta, lo sapeva, però...
Però era terrorizzato.
Qualcosa gli prese la bocca dello stomaco, ancora, e non era il volo.
Tutto quello che aveva visto preparando il viaggio gli suggeriva che avrebbe trovato l'inferno
Ora sapeva che sarebbe stato peggio.
All'inferno non c'era quella puzza.
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Massimo Monciardini
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fra66



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MessaggioInviato: Dom 24 Gen 2010 22:50    Oggetto: Melba Cita

“Come ti chiami?” Chiese Enzo alla bambina distesa sul letto operatorio
“Melba” rispose sfinita e i suoi occhi bucarono l’azzurro dell’iride del medico, chino su di lei.
“Lo sai, che in Italia, c’era una soubrette che si chiamava come te”, ma gli occhi le si erano chiusi pesanti di stanchezza ed anestetico.
Enzo, provò un’imbarazzo, quasi un fremito che gli corse lungo tutto il corpo. Melba poteva avere gli anni della sua piccola e dolce Francesca, che a quell’ora stava tra le braccia di mamma ad addormentarsi. Aveva accettato l’invito al volontariato dopo aver letto il Corriere che articolava la prima pagina con il titolo: “Haiti, una bara di cartone per i morti senza nome”. Gli era rimasta dentro la frase: “La porta arrugginita si apre, e quel che ne esce è lo stesso pugno nello stomaco che riceveresti come benvenuto all' inferno”. Al pari, Melba sembrava essere stata sputata fuori da un girone dantesco e in un certo modo, il mondo che Enzo osservava scorrergli intorno, era la rappresentazione più penosa dell’umanità lacerata dal dolore. Dolori diversi, ma pur sempre dolori.
Aveva bisogno di bere, di respirare. Adesso gli pareva di venir meno, di essere assalito dall’incertezza delle sue conoscenze. Melba rassomigliava sempre di più a Francesca. Così inerme, un piccolo essere solo al mondo che non la riconosceva come sua figlia. Chiese al suo collega di sostituirlo e di iniziare l’operazione, se necessario. Enzo, non provò neanche a spiegare cosa gli accadeva giacchè lui stesso non ne comprendeva l’origine. Desiderava solo osservare il cielo, sprofondare in esso e fare finta per un solo istante, che quella volta celeste e marmorea era quella di casa sua e delle sue certezze. Per anni si era lamentato di essere prigioniero del senno, della logica, dell’ordine che adesso rimpiangeva, inabissato com’era nel caos assoluto. “Melba, deve guadagnare ore di vita ed io gle le devo, ho studiato per lei, per essere qui, adesso, solo adesso incontro il mio destino”. Enzo, lanciò l’ultimo sguardo alla strada, affollata di pietre e terra, dove passi strascicanti di umanità si confondevano tra cumuli di sporcizia e disordine. Avrebbe salvato Melba, le avrebbe amputato la mano incancrenita ed infetta.



P.S. Mi scuso, se ci sono errori. Non ho avuto tempo per rileggere.
Spero di essere ancora in tempo. Grazie
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m_iller



Registrato: 22-09-2009 10:59
Messaggi: 1528

MessaggioInviato: Lun 25 Gen 2010 01:18    Oggetto: Burnout di Miller Gorini Cita

Port-au-Prince ha l’alito della morte.
La morte è a Port-au-Prince; e non è da sola.
I medici italiani a bordo del cargo militare ancora non lo sanno. L’hanno già incontrata nelle sale dell’ospedale; hanno sentito i suoi umori riempire i corpi dei vivi; sono stati travolti dalla carne e dal suo fascino. La conoscono da anni, soprattutto Giacomo il più vecchio della spedizione. L’hanno frequentata, ma si è sempre presentata da sola.
La morte è come il sangue, indispensabile per la vita. Il pericolo è l’odore che emana, se fiutato dalla violenza risveglia la paura. Quella acida, corrosiva che scioglie e digerisce l’anima. I Corpi infettati espellono diarree di coscienza.
Non sono preparati. Ma chi lo sarebbe, quante persone hanno affrontato l’amplesso tra la morte, la paura e la violenza?
E ancora non lo sanno.
Haiti, dal cielo atterra l’ennesima speranza. Un mezzo militare trasporta i medici verso l’unico ospedale attivo.
Sta calando la sera e i primi fuochi si accendono. È inverno e i sopravvissuti sono all’addiaccio.
Giovanni si pulisce gli occhiali mentre osserva i volti dei colleghi: nessuno parla, sono tutti rapiti dallo spettacolo esterno, i loro pensieri agganciati al rumore del motore, l’unico appiglio di normalità in un luogo umido di violenza.
Un’intera metropoli di carne e detriti si svela dai finestrini, vetri che come schermi della televisione li separano dalla realtà. C’è un continuo brusio, un rumore lontano, quasi un lamento.
Marco è il più giovane. Osserva delle persone improvvisare un funerale su una catasta di macerie. Un urlo assale le sue interiora. Incontra gli sguardi impietriti di Giovanni e Giacomo. Dalla lunetta scorge tre uomini assalire una donna.
– Fermatevi! la stanno stuprando – un grido balbettato.
I militari non si fermano e l’urlo si perde nei cilindri delle moto che avanzano tra i fuochi. Cavalli d’acciaio montati da guerriglieri con il machete.
L’aria brucia.
Marco ancora non lo sa, ma anche lui al termine della missione sarà burnout.
_________________
Miller Gorini
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Laura Poletti



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MessaggioInviato: Mar 26 Gen 2010 15:59    Oggetto: Cita

Fuori c’era il sole, ma ai passeggeri del volo le condizioni meteo non interessavano più di tanto. Il dottor Daneri, il coordinatore della missione, si era limitato a registrare il dato come positivo: occuparsi di un’emergenza come quella cui stavano andando incontro aggiungendoci il cattivo tempo poteva essere molto più difficile.
L’aereo aveva sobbalzato più volte: non aveva nulla dei comodi apparecchi di linea su cui molti dei passeggeri erano abituati a viaggiare, niente comode poltrone, niente pasti da gourmet, niente hostess sorridenti, ma solo un continuo e forte rumore. E il freddo. Un gran freddo, almeno per quello che sentiva la dottoressa Carnuri: era ovvio che al gruppo non potesse mancare un’anestesista, anche se aveva qualche dubbio su come avrebbe potuto svolgere il suo lavoro, viste le condizioni in cui avrebbero dovuto operare.
All’ennesimo sobbalzo il dottor Taranto chiuse gli occhi e tutti sentirono una specie di lamento uscire dalle sue labbra. In realtà nessuno se ne era curato, ma a lui era sembrato lo stesso di avere fatto la figura del pivello, tanto più che lui era veramente un pivello, e aveva poco senso che si trovasse sul quel volo: ma, sempre che ne fosse uscito vivo, sarebbe stato un toccasana per la sua carriera.
L’unico tranquillo era Grandi, l’infermiere, che riposava con le mani incrociate sulla testa pelata, nell’attesa che l’aereo toccasse terra.
E fu proprio un toccare terra, non atterrare: la pista era in condizioni disastrose e il pilota aveva fatto il possibile per centrare la ristretta striscia di asfalto utile.
Quando il portellone si aprì i passeggeri erano pronti a sgombrare la carlinga: il più veloce fu proprio Grandi, che saltò giù dalla passerella, tirò fuori dalla giacca gli occhiali scuri e si girò verso i compagni. Per un attimo sembrò che stesse inscenando uno strano balletto, prima che tutti si rendessero conto che non erano loro a ballare, ma tutto quello che avevano intorno. La terra aveva ricominciato a tremare.
_________________
Laura

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Giulio Ugge



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MessaggioInviato: Mer 27 Gen 2010 15:00    Oggetto: Haiti Land of the dead v2.0 Cita

Haiti è il paese degli zombi.

A questo pensa Martino mentre osserva dalla jeep le creature dagli occhi spenti che affollano le strade, gusci vuoti e silenziosi che un tempo erano esseri umani. E’ ancora frastornato dal lungo volo che lo ha portato insieme ad altri medici e volontari in un mondo che in una sola notte è diventato una nuova provincia dell’inferno. Non si abituerà mai al jet-lag. E ancora meno al macabro spettacolo di morte e distruzione che sta sovraccaricando i suoi sensi.
Tossisce forte. I bronchi e gli occhi si riempiono di aria satura di terra e polvere. E di un odore dolciastro di decomposizione che gli invade le narici come uno sgradevole regalo di benvenuto.

Haiti è un gatto che lascia un topo morto ai piedi del suo padrone per fargliene omaggio.

La jeep si muove a passo di lumaca su quel che resta dell’asfalto. Quando ci riesce.
Martino osserva con occhi rossi tutto ciò che gli sta intorno. Non può fare altro per il momento.
Vede decine di uomini, donne e bambini dai vestiti colorati. Alcuni sono seduti, lo sguardo perso nel vuoto di chi si chiede se non sarebbe stato meglio restare sotto le macerie. Altri si muovono mesti verso chissà dove, i bambini al collo e le poche cose salvate tra le mani.
Nessuno parla, nessuno piange. Quando sarà all’ospedale tra le urla e i lamenti, forse rimpiangerà quel silenzio assordante che lo circonda.
In lontananza, un gruppo di persone scava a mani nude tra le bianche rovine di un edificio.

Chiude gli occhi per un momento. La sua mente lo riporta a pochi mesi prima, a L’Aquila.
Diversa da Haiti come il giorno e la notte. Lo stesso grido di dolore di un pianeta ferito e violato sempre più dall’uomo.
Quello che in Italia, un paese civile, un paese normale, ha lasciato che le case e le scuole crollassero in testa ai suoi figli perché costava troppo farle meglio.

Un’improvvisa esplosione di suoni riporta Martino alla realtà.
Urla. Applausi. Un bimbo rivede la luce dalle rovine. E ride.

Haiti è il paese degli uomini.
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hornblower



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Messaggi: 218

MessaggioInviato: Gio 28 Gen 2010 15:42    Oggetto: VERSIONE 2 - 1996 caratteri Cita

hornblower ha scritto:
Ciao,

Postato per errore a parte, lunedì 18 gennaio alle 22.24

HAITI, la realtà di un disastro



Ciao ecco il mio racconto riveduto e corretto... ho cambiato anche il titolo, questo mi piace di più.

VIAGGIO AD HAITI versione 2 - 1996 caratteri

Il vuoto d’aria diede un nuovo scossone all’aereo.
L’Hercules C130 ballava tra le raffiche di vento. La struttura gemeva, resistendo alla forza della natura. All’interno il rumore era assordante. I volti stanchi dei passeggeri mostravano i segni di un viaggio snervante.
Raf sbarrò gli occhi, nella mente aveva ancora le immagini dei telegiornali: terribili e tuttavia così asettiche.
Con lo stomaco più vicino alla gola che al duodeno, si guardò attorno confusa. Cristian posò la mano sulle sue, strette a pugno nel tentativo di rassicurarla. L’uomo mosse le labbra ma la voce si perse nell’aria.
Lei sorrise stirando le labbra, rendendo evidente la tensione che provava.
L’altoparlante gracchiò improvvisamente, annunciando l’arrivo a Port au Prince.
La donna si sporse verso l’oblò e, sotto l’ala, tra nuvole bianche dai contorni frastagliati, scrutò la terra riconoscendo i contorni di un’isola da sogno. Prima di atterrare intravide sprazzi dell’apocalisse, costatando che ben poco era rimasto in piedi.
Sobbalzando il grosso cargo rullò sulla pista. I soldati e i civili si affrettarono a scaricare attrezzature e rifornimenti; i medici sbarcarono, irrazionalmente consci di trovarsi alla soglia dell’Inferno.
Una voce da soprano interruppe i pensieri di Raf, le parole suonarono vagamente familiari; non era francese ma creolo. Vide Cristian annuire mentre rispondeva con secco ouì.
Il giovane haitiano indicò una jeep male in arnese. I medici si sistemarono alla meglio, rischiando di cadere quando l’auto si mosse a singhiozzo, a causa dell’imperizia dell’autista.
Il giovane si destreggiò tra detriti e relitti, spesso più umani che materiali. A Raf sembrò di aggirarsi su un campo di battaglia: quella era una città morta e i sopravvissuti vinti dall’orrore; sguardi spenti, senza speranza. Come erano lontani i tempi della musica e della spensieratezza che l’esotismo del luogo evocava, pensò Raf.
La donna avvertì lo stomaco stringersi e intuì che quella disperazione avrebbe potuto soffocarla.
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Carlo Vicenzi



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Località: Finale Emilia

MessaggioInviato: Lun 22 Feb 2010 19:05    Oggetto: Cita

Si... Sono in palese ritardo... Ma essendomi iscritto in febbraio, ho eseguito prima l'esercizio in terza persona, poi l'ho trasformato così. Insomma, ho fatto l'opposto... Smile

In mezzo al trambusto, l’arrivo del giovane medico italiano passò del tutto inosservato: Giorgio si diresse, con la sensazione di avere le tasche piene di speranza, direttamente all’ospedale da campo.
Ma quando arrivò, capì che non era come si aspettava.
Il primo giorno, aveva lottato con ogni mezzo per salvare il salvabile: le gambe di un ragazzino, la vita di un uomo, il braccio di una vecchia… Aveva commesso l’errore di sopravvalutarsi: le sue energie cominciarono a calare prima di mezzogiorno, mentre troppi dei suoi pazienti venivano gettati nelle fosse comuni dai suoi compagni.
Non fu l’unico, quella notte, a non dormire: tutto il team medico era esausto ma lo spettro dei pianti di quel giorno teneva i loro occhi aperti nel buio.
Il secondo giorno, Giorgio vide morire la speranza, insieme ai pazienti. Prima di sera, entrò nel grande ospedale da campo. Camminò fra i lettini, con negli occhi la stessa impotenza dei suoi colleghi.
Il terzo giorno lavorò senza fermarsi, perché se lo avesse fatto, anche per un secondo, sarebbe scoppiato a piangere in un angolo.
Il quarto giorno, immerso in quell’inferno, sentì di aver fallito. Per ogni arto salvato, ne amputava due. Per ogni persona che viveva, tre morivano. Il sole aveva lasciato spazio alla sera, e Giorgio si trovava a fissare gli occhi di un ragazzo le cui gambe erano spezzate in più punti, e l’osso usciva dalla carne. Vide la disperazione, l’assenza di un futuro. Il team stava lavorando per sanare le ferite, ma quegli occhi fecero scattare qualcosa nella mente del medico. Non poteva farcela. Prese una siringa, la riempì con una dose di morfina troppo alta e, senza che nessuno dei presenti lo fermasse, la iniettò nelle vene del poveretto. Quando il battito sparì, Giorgio si trovò a sorridere, e un tacito assenso circolò nella sala.
Il quinto giorno, sapeva cosa era venuto a fare. Avrebbe salvato il futuro di chi ne aveva uno, e interrotto l’agonia dei moribondi. Forse laggiù non c’era bisogno di altri angeli della morte, ma solo di uno che sapesse fare il proprio lavoro.
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Matteo Mascheroni



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Messaggi: 511
Località: Cantù (Co)

MessaggioInviato: Ven 26 Feb 2010 23:48    Oggetto: Cita

Anch'io mi propongo in ritardo e al limite...

Corpi.
Centinaia, migliaia.
Distesi in pose innaturali, uno accanto all’altro, uno sopra l’altro. Uno dentro l’altro.
Brandelli di vestiti, di oggetti, di sogni. Di uomini.
Erano visibili dall’aereo in quella splendida, assurda mattinata di sole, così fuori posto in quel luogo, in quel momento. Il velivolo era in fase di atterraggio all’aeroporto di Port au Prince. Il vetro degli oblò separava i quattro medici a bordo da quello spettacolo, quasi come se potesse rimanere solo un’immagine lontana, vista in televisione.
Nella carlinga regnava il silenzio. Ciascuno di loro voleva allontanare il momento dell’inevitabile presa di coscienza. Pensavano a quello che avevano lasciato a casa, pensavano già a quando lo avrebbero rivisto.
Bastarono pochi passi sulla terraferma, se si poteva ancora chiamarla così, per scaraventarli con violenza nella realtà. L’odore fetido della morte era il benvenuto che Madre Natura aveva preparato per loro ad Haiti.
Marco, Francesco, Sonia e Michela salirono a bordo della jeep che li avrebbe condotti al campo base. Ciò che vedevano intorno soffocava ogni tentativo di dire qualcosa. Semplicemente non c’erano parole. Parlavano gli sguardi, in modo fin troppo eloquente.
Nelle orecchie risuonavano le grida, le urla dei pochi fortunati sopravvissuti. Sembravano sputare addosso a questo dono scannandosi fra di loro per accaparrarsi un po’ di cibo, un lenzuolo, un orologio. Perdere quell’occasione sarebbe stata la fine anche per loro, e neppure i morti venivano risparmiati dal saccheggio. Era la lotta dei poveri, quasi più scioccante della folla di cadaveri ammassata ai lati delle strade.
Uno solo era il pensiero che riempiva, insistente, le menti dei quattro: avrebbero potuto fare qualcosa in quell’inferno? Sarebbero riusciti a non farsi sommergere dal mare di disperazione e morte che li circondava?
L’ospedale da campo era a poche centinaia di metri ormai.
Si aggrapparono alla determinazione e alla passione che li aveva sempre animati. Era arrivato il momento di trovare delle risposte a quelle domande.
_________________
“Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?” domandò Leo.
“Sono un clown” risposi, “e faccio raccolta di attimi.”

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MessaggioInviato: Gio 20 Mag 2010 21:12    Oggetto: Cita

[Sono in ritardissimo ma mi sono iscritto da poco. Sono una matricola in tutti i campi compreso quello dello scrivere quindi siate severi ma con cuore!!! Smile ]

La regola


Parlare, in certe situazioni era difficile. Ed i membri di quella spedizione stavano scoprendo le diverse sfumature attraverso cui poteva manifestarsi quella difficoltà: i continui vuoti d’aria, il rumore dei motori, il cigolio della carlinga, e come se non bastassero gli agenti esterni vi erano, ad ammutolirli, le emozioni legate a quella missione.
Alcuni di loro erano novellini, altri erano veterani, ma dover fronteggiare una catastrofe di quelle proporzioni era comunque uno shock.
I nuovi erano carichi di speranze e di energia ma anche terrorizzati dall’idea di non farcela, di crollare alla visione della disperazione e della miseria; i vecchi si chiedevano perché anche la natura era contro l’umanita, nello stesso tempo però cercavano di capire come avrebbero fatto a gestire le matricole.
Eppure avevano voglia di parlare.
“Perché… perché siete qui?”
La domanda non poteva essere più banale e le risposte le più varie; alla fin fine però tutte erano caratterizzate dalla stessa nota: la volontà di aiutare, di manifestare in qualche modo il proprio amore per il prossimo.
Amore. Al solo suono di quella parola un giovane medico dai capelli biondi aveva annuito deciso. Lui era lì per quello, e per i bambini: appena la notizia del terremoto si era diffusa, aveva capito che doveva partire.

Occasioni come quella erano rare, e lui non poteva perderla.
L’uomo sorrideva a questi pensieri, gli occhi puntati sulle nubi che scorrevano fuori dall’oblò senza rendersi conto dell’effetto che quell’increspatura sulle sue labbra aveva sui suoi compagni di viaggio.
Per alcuni di loro era strano, per altri inopportuno, per altri fastidioso.
Qualcosa di cui alla fine dovevano chiedere conto.
“Per conquistare la loro fiducia.”
Quella risposta li aveva rassicurati. Il biondo medico era consapevole di quello che loro avevano visto nelle sue parole, ed anche che per lui, ed i predatori come lui, erano una regola. La più preziosa.
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