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MARZO: PRIMA PERSONA - TEMPO PRESENTE


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vincenzo.vizzini



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MessaggioInviato: Mar 02 Mar 2010 19:13    Oggetto: MARZO: PRIMA PERSONA - TEMPO PRESENTE Cita

Buon marzo a tutti.
Se avevate qualche dubbio durante l’esercizio di gennaio, in quello di febbraio la confusione sembra essere aumentata. Confused

Questo mese le difficoltà incontrate in precedenza non dovrebbero esserci perché si tratta di riscrivere la stessa storia, ma in prima persona, cioè attraverso gli occhi di un personaggio.
Cercate di non perdervi in discussioni filosofiche sull’esistenza della prima persona universale conto terzi. Laughing

Perdonatemi la battuta e riepiloghiamo:

Ancora 2000 battute per riscrivere la stessa storia in Prima Persona Presente.

Tenete ben presente quello che implica narrare in questa persona e in questo tempo: cioè che non si possono conoscere i pensieri, le intenzioni o le impressioni di un altro personaggio al di fuori della voce narrante.

ATTENZIONE, da questo mese una novità: all’inizio del vostro racconto, accanto al titoletto (facoltativo) dovrete mettere anche il numero di battute utilizzato (obbligatorio). Sarà un modo semplice per rendervi conto di quanto avrete scritto rispettando così lo spazio a disposizione di tutti e faciliterete anche il mio lavoro quando devo scegliere qualche intervento per la pubblicazione sulla WMI.

Grazie e buon lavoro a tutti.
_________________
Vincenzo Vizzini
vicedirettore Writers Magazine Italia
curatore della collana Delos Crime
www.vincenzo-vizzini.it
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m_iller



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MessaggioInviato: Mar 02 Mar 2010 22:36    Oggetto: Cita

Miller Gorini, 1769 battute.

Ho alitato su Port-au-Prince.
Sono stata scaraventata a Port-au-Prince; e non sono da sola.
A bordo di un cargo militare, medici italiani ignari della mia evoluzione. Mi hanno già incontrata nelle sale degli ospedali; mi hanno sentito mentre iniettavo i miei umori nei corpi dei vivi; li ho travolti e sedotti; ho fascino, lo so. Conosco molto bene Giacomo, il più vecchio della spedizione.
Mi hanno frequentata, ma ero sempre da sola.
Sono come il sangue, indispensabile per la vita. L’odore che emano è pericoloso, se fiutato dalla violenza risveglia la paura. Quella acida, corrosiva che scioglie e digerisce l’anima ed espelle diarree di coscienza.
Non sono preparati. Ma chi lo sarebbe. Quante persone hanno assistito all’amplesso tra la paura, la violenza e me? Io, Morte, nata solitaria e costretta alla vita eterna!
E ancora non lo sanno.
Haiti. Atterra l’ennesima speranza. Prego, accomodatevi. Io accolgo tutti, senza distinzioni.
Un mezzo militare, loro dentro. Calpestano le terre che ho conquistato, come messaggeri portate una voce. Quella ipocrita di chi m’invoca e poi mi ripudia.
Sta calando la sera sul mio regno. I fuochi si accendono e il popolo è all’addiaccio.
Dal finestrino vi osservo. Sento i vostri pensieri sbattere contro il muro umido della violenza. Come dite? Non è umano, né normale. Questa è l’umanità che concedo, questa è la normalità a disposizione.
Vi offro un’intera metropoli di carne e detriti, senza regole. Un nuovo inizio da governare: è quello che volete, lo so. So anche che non potete dirlo.
Vedo il più giovane stravolto. Urla verso la violenza, ma con lei i rumori sono sordi.
Guardate come riesco a trasfigurarvi. Stanno arrivando delle mie creature: guerriglieri armati di machete su cavalli d’acciaio.
Adoro quando l’aria brucia.
_________________
Miller Gorini


Ultima modifica di m_iller il Mer 17 Mar 2010 13:12, modificato 2 volte in totale
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hornblower



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MessaggioInviato: Mer 03 Mar 2010 09:50    Oggetto: Cita

Ciao,
Siccome avevo completamente fallito il bersaglio di febbraio, anticipando involontariamente l'esercizio di marzo, lo ripropongo qui.

Virgilio


VIAGGIO AD HAITI - 1480 caratteri

Apro gli occhi improvvisamente. Il vuoto d’aria mi ha colto di sorpresa.
Ho lo stomaco attorcigliato, vorrei vomitare ma riesco a controllare la mia nausea.
Questo rumore assordante mi ferisce i timpani. Mi domando se questo sia un viaggio di speranza. Non lo so, ma so che ci ha già segnato nel profondo.
Osservo i volti stanchi dei miei compagni e rivedo le terribili immagini del terremoto che la tv ha trasmesso asettica, abituandoci a una sofferenza lontana, ma oggi non sarà così, lo so.
Cristian posa la mano sulle mie, strette a pugno per la tensione. Accenno un sorriso ma è solo labbra tirate ed esangui. Aver giurato di salvare vite umane, come Ippocrate, e sentirsi così impotenti di fronte alla Natura mi toglie ogni energia e volontà.
Il pilota annuncia Port au Prince riportandomi alla realtà.
Mi sporgo verso l’oblò. Cerco di attraversare le nuvole frastagliate con lo sguardo; vedo solo distruzione: non è rimasto nulla in piedi.
L’aereo rulla sulla pista e si ferma. Raccolgo il mio zaino e mi appresto a sbarcare. C’è odore di morte nell’aria.
Come in sogno odo parole familiari, non è francese anche se gli somiglia. Certo, è creolo.
Prendo posto su una scassatissima jeep. Penso che l’autista dovrebbe fare un corso di guida, ma mi accorgo appena del disagio. Osservo gli occhi degli abitanti, non vi è luce: è una città morta questa, morta come la speranza.
Avverto di nuovo lo stomaco stringersi: sento che questa disperazione potrebbe soffocarmi.
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Missi



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MessaggioInviato: Gio 04 Mar 2010 11:16    Oggetto: Vediamo se dormirci sopra mi ha fatto bene :) Cita

Haiti 20/01/2010. – caratteri 1345

Eccoci.
– Ragazzi, siamo arrivati, e sapete benissimo perché siamo qui. Stanno rifiutando gli aiuti e quest’azione è necessaria e rimarrà segreta. Ora vediamo di scendere da quest’aereo e di darci una mossa. Controllate se c’è tutto. Medicinali, attrezzature… Forza! Trasportiamo tutto su quel camion.
Che caldo! Questo camion è claustrofobico. Cacchio! Non si vede niente con questo telo! Ma siamo già arrivati? Cristo di un Dio! Siamo in Vietnam!
– Matteo, fammi scendere.
Dio, che tanfo! Dove diavolo… Là, un medico.
– Sorpresa. Siete contenti spero. E’ lei il capo qui?
Nemmeno mi sente. Sono esausti. I medici e i volontari non ce la fanno più. Non ci sono servizi igienici e i cadaveri sono in decomposizione. Dovrò essere duro con i miei ragazzi, altrimenti crolleranno come femminucce e… devo farli reagire.
– Hei! Voi! Smettetela di tapparvi il naso e portiamo tutto in quel capannone!
Quell’angolo andrà benone. – Fate spazio e portate fuori i cadaveri. Monteremo qui il macchinario per le amputazioni. Voi! Buttate via quelle seghe e portate qui tutti i feriti gravi.
Ma che succede? Che intenzioni hanno quei feriti là in fondo? Dov’è la mia pistola? Boom.
Ecco, così. Da bravi. State zitti e tornate ai vostri posti. Comando io qui ora.
Se soltanto la smettessero di frignare…
– Cercheremo di medicarvi tutti. Abbiate pietà per i più bisognosi.

Simonetta Brambilla
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Claudio Costa



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MessaggioInviato: Gio 04 Mar 2010 13:16    Oggetto: Cita

Design Dieu inconnu (1904 caratteri)

Dio, perché un terremoto a Haiti? Perché non t’accanisci sulla ricca Manhattan?
Domande senza risposta che si rincorrono in un loop vizioso. Al diavolo il distacco professionale: a Port-au-prince s’è fottuto un’altra volta nell’immedesimazione del dolore altrui. Forse, Dio è morto e il caos, la sfiga, piove sempre sul bagnato.
Le immagini mi affollano la mente: cadaveri che spuntano dalle macerie, palazzi e baracche costruite con cemento, legno e lamiere, crollati. Port-au-prince, capitale di una delle nazioni più povere del mondo: disintegrata. Port-au-prince, centro di governo di uno stato con servizi minimi cancellati ed epidemie da scongiurare. Impossibile? Forse, Dio risorge e si pente di quello che ha fatto.
Dispiego il foglio su cui ho schizzato la mappa dell’ospedale da campo, indico ai volontari dove piantare le tende e stoccare le medicine. M’avvicino ai tavoli dove distribuiscono i sacchetti con un po’ di cibo e cammino lungo la fila dei sopravvissuti. In molti mi toccano, chiedendomi speranza.
Noto due barellieri con una bambina in fin di vita. Scruto in lontananza, oltre la pista d’atterraggio improvvisata, molto oltre il cargo, il campo dove raccolgono i morti, ed entro nella cosiddetta sala operatoria. Un’infermiera toglie dallo sterilizzatore alcuni bisturi. La donna non perde tempo e s’affretta ad allacciarmi un camice.
Un cellulare squilla.
Seguo il trillo del telefono stretto nel palmo della bambina e d’istinto premo il tasto verde.
─ Jean?
─ Jean n'est pas là.
─ Où est ma fille?
─ Y at-il un hôpital près de l'avion.
─ C'est très bien, je peux lui parler?
─ Pas maintenant, dans peu de temps…
Sento le lacrime della madre scorrere attraverso la miracolosa comunicazione da Haiti al satellite e ritorno.
─ Viens ici, votre fille vous attend…
Mi sostituisco a Dio, pregando che la speranza riposta nelle mie mani non muoia.
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Claudio Costa
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Carlo Vicenzi



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MessaggioInviato: Ven 05 Mar 2010 11:48    Oggetto: Cita

Angelo, 1989 battute.

Basta, basta, Basta! Smetti di sanguinare, ti prego…
È troppo. Posso chiedere all’infermiere di passarmi altri attrezzi, ma per ogni vena che riparo un’altra si rompe. È tutto inutile. Il fischio continuo dell’elettrocardiogramma mi colpisce come uno schiaffo. “Defibrillatore!” grido. Ma ogni azione mi sembra solo uno spreco, gettar via energie. Merda. Dopo la terza scarica, il monitor collegato al poveretto continua a fischiare imperterrito. “Ora del decesso: 16:20.”
Devo uscire da qui. Non ce la faccio. Sento attorno a me i colleghi che mi chiamano, ma non posso fare altro che ignorarli. Esco dall’ospedale da campo. Appoggio la schiena a uno dei pochi muri rimasti in piedi, mi strappo la mascherina dalla faccia. Non riesco a respirare.
Ho sbagliato. Credevo di poter fare qualcosa, di tornare in Italia pieno di orgoglio. E invece sono tre giorni che cerco di resuscitare i morti di Port au Prince. Sono stato in piedi per sei ore, le gambe non mi reggono. Cado a terra. Guardando il cielo, mi trovo a sussurrare “Non importa in quanti muoiano, tu resti sempre dello stesso colore, vero?”

Ormai è il quinto giorno d’inferno, e ogni cadavere è conficcato nel mio cervello come un ago arrugginito.
sento gridare il mio nome, un secondo prima che entri una nuova barella nella tenda.
Il ragazzo che mi trovo davanti ha pezzi d’osso che escono dalla carne in mezza dozzina di punti, eppure è perfettamente cosciente, e mi fissa negli occhi. Mostruoso.
I miei colleghi tutto attorno si muovono come formiche, ma una calma assurda mi è caduta addosso, come un sudario di piombo. Si fa strada dentro la mia anima una cruda consapevolezza: la morte cura ogni male.
“Claudia, morfina per favore.” Non commetto errori. Svuoto la siringa nel braccio del poveretto. Il silenzio cala all’improvviso. Nessuno fiata. “Ora del decesso, 17:31.” Ora comprendo. Sotto quel cielo crudele e senza emozioni, non c’è bisogno di altri angeli della morte. Ma solo di uno che sappia fare il proprio mestiere.
_________________
Rozzo scribacchino, Inutile e malvagio idiota Mentecatto imbrattamuri - Epiteti del sottoscritto.


Ultima modifica di Carlo Vicenzi il Mer 10 Mar 2010 16:07, modificato 1 volta in totale
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Laura Poletti



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MessaggioInviato: Sab 06 Mar 2010 11:42    Oggetto: Cita

Vediamo come va questa volta. 1739 battute

Alla fine di questo volo sono più stanco che dopo un turno di notte in reparto: di solito in viaggio riesco sempre a dormire, ma in questa sottospecie di poltrona non è possibile nemmeno stare seduti in modo decente. Ho cercato di stendere un po' la schiena, per dare sollievo alle mie povere ossa, ma è un'impresa disperata. Sarà per quello che ci aspetta, sarà perché siamo già tutti stanchi, o chissà per cosa, ma mi è passata anche la voglia di fare due chiacchiere, e mi sembra che gli altri non siano da meno.
Il capo è tutto concentrato sui fogli che ha in mano: spero solo che sia in gamba come dicono, altrimenti ci troveremo presto con dei grossi problemi. Certo che se dovessimo fare conto sui tipi come il dottorino ci sarebbe da mettersi a piangere: mi sa che gli verrà una crisi di panico ancora prima di atterrare, figuriamoci dopo.
A me toccherà il lavoro sporco, come al solito, e dovrò arrangiarmi da solo, e anche questa non è una novità. L'unica cosa che mi farebbe piacere è uscire da questo aggeggio infernale: ho bisogno di sgranchirmi le gambe e di respirare un po' di aria fresca.
Però, più che atterrare mi sembra di essere sulle giostre: spero che il dottorino non se la faccia addosso, non sarebbe un buon inizio.
Finalmente questo accidenti di aereo si è fermato e mi sembra un sogno rimettere i piedi a terra: considerato come è conciata la pista, il pilota è stato un manico a farci atterrare, qui sembra che sia venuta giù una bomba, altro che terremoto.
Non riesco a capire cos'è il rumore che sento, mi sembrano i motori dell'aereo, ma è strano che stia ripartendo, visto che gli altri sono ancora a bordo e il portellone è aperto. Ma se non è l'aereo, cosa diavolo sta facendo tutto questo casino?
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Cile



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MessaggioInviato: Mar 16 Mar 2010 15:40    Oggetto: Cita

Gli angeli - 2656 battute con spazi

Il ronzio dell’elica mi stordisce. Meglio! Nella penombra del piccolo elicottero intravedo i volti sbiaditi dei compagni, l’oscurità sembra divorarli. Sono tutti medici di grande intuito ed esperienza, a differenza mia. Spero solo di non intralciarli.
I miei pensieri si mescolano al puzzo di sudore e cloroformio. Sono stipato come un pacco postale, intirizzito e confuso. Tremo e sudo di paura ma so di essere l’ultima speranza di qualche povero disgraziato.
L’elicottero vibra sotto di me, rimbalzo con lui finché un tonfo segna la fine del viaggio. Uscendo da qui, m’assale l'aria immobile: odore di polvere, sangue, sudore e feci. Faccio per coprirmi il viso e la vedo: una bambina incastrata tra i detriti mi saluta. Ha il busto ricoperto di cemento e suppongo respiri a fatica, è sola e... mi sorride. Un brivido mi percorre la schiena. Ascolto le grida dei superstiti che ci vengono incontro, facendosi largo tra i calcinacci. Tutti indicano la bambina urlando: – Therese!
Batto le mani sperando di cacciar via la paura o almeno nasconderla ai colleghi ed esclamo: – Eccoci. Forza ragazzi. Diamoci da fare!
Filippo, Silvio e Luca scattano dai sedili aiutandosi a vicenda con l’attrezzatura. Li vedo inciampare sotto il peso delle borse piene di medicinali, scansando le fosse di cadaveri accatastati. Anche loro barcollano. Come me. Troppo il caos, troppi i feriti.
– Mio Dio! Da dove cominciamo? – bisbiglio, desiderando solo di essere lontano da qui.
– Forse... se noi... – prova a spiegarmi Silvio ma le parole sembrano morirgli tra le labbra quando si gira verso la bambina. La gente del luogo la indica ancora, gridandoci: ¬ Therese!
La bambina continua a sorriderci, alzando a fatica una manina; appare raggiante.
– Angels! – la sento dire come in estasi.
Filippo si lancia su di lei, seguito dagli altri. Io resto indietro, non so bene cosa fare. Tutti ci guardano e mi sento addosso le loro speranze. Non ne sono all’altezza. Therese mi crede un angelo e io vorrei diventarlo. Ora.
– Intubiamola! – ordina Filippo, i suoi occhi mi trafiggono. Ha capito cosa fare.
– Marco, passami la flebo... – mi domanda Luca.
Per dieci minuti non vedo né sento altro che le mani dei mie colleghi, le flebo, i tubi, i bisturi e le informazioni che ci diamo. Evito di guardare la bambina e so che gli altri fanno lo stesso. Lei continua a ripeterci Angels. Non posso sopportarlo.
La osservo di sfuggita; Therese continua a sorridermi con gli occhi, e io... le sto iniettando la morfina per regalarle una morte meno dolorosa.
Tra poche ore non riderà più. Spero almeno che possa farlo da un’altra parte. Spero non sarà più sola. Posso solo sperare.
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Cinzia Leo
Hai mai ascoltato il silenzio del destino quando esplode? (A. Baricco )
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Chiara Razzi Di Nunzio



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MessaggioInviato: Mer 17 Mar 2010 11:19    Oggetto: Cita

Il rogo della fenice (2157 battute, spazi inclusi)


Appena scesa dall’aereo militare, l’impatto olfattivo è traumatico. Ma non c’è tempo di sentirsi male: la jeep che ci condurrà all’ospedale da campo ci aspetta a bordo pista col motore acceso. Attraversiamo la capitale sobbalzando sulle strade sconnesse. Sul ciglio della strada, le pile di macerie si confondono con le cataste di cadaveri.
A un tratto un drappello di disperati accerchia il veicolo, vociando. Jacques, l’autista, si arresta. Gesticola, mentre spiega loro che non ha cibo a bordo, solo medici.
– Médecins? J’ai besoin d’un médecin!
– Cosa dice? – chiede uno dei miei colleghi.
Jacques traduce in un italiano approssimativo:
– Lui bisogno di medico. Ma noi deve andare ospedale.
– Ma femme est enceinte!
Jacques sembra pronto a intavolare un’accanita discussione sulle nostre priorità, ma io lo blocco.
– Se non curiamo chi ha bisogno, che siamo venuti a fare?
– No, signorina! Deve andare ospedale: lì più gente, più bisogno! – mi grida dietro, mentre scendo dalla jeep. Mi districo fra le mille mani che mi strattonano in mille direzioni e seguo l’uomo che ha la moglie incinta.
Dopo un po’, uno dei miei colleghi mi si affianca.
L’uomo che ci ha chiesto aiuto si ferma, indica un mucchio di macerie: la moglie è là sotto.
Scuoto la testa.
– Pensavo che dovesse partorire – gli dico. – Non possiamo tirarla fuori da lì. Siamo solo medici.
Faccio per allontanarsi, ma l’uomo mi stringe forte la mano, trattenendomi.
– La prego! Se non mi aiuta, mia moglie e il bambino moriranno.
Scambio un’occhiata con l’altro medico.
Ci inginocchiamo e cominciamo a scavare. Quando Jacques viene a chiamarci, lo convinciamo a dare una mano.
Dopo un tempo interminabile, quando ormai non sento più le spalle, vedo emergere da sotto i calcinacci una mano piccola e callosa.
– Stia calma, signora – dico, – la tireremo fuori.
Nessuna risposta.
Tocco la mano: è fredda.
Mi lascio cadere all’indietro, esausta e disperata. Le lacrime e la polvere mi bruciano gli occhi.
– Tua moglie è morta – dico all’uomo. E al mio collega: – Torniamo alla jeep.
Jacques mi aiuta a rimettermi in piedi; ha negli occhi un luccichio.
Proprio in quel momento da sotto le macerie si leva, fioco, un vagito.

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viralata



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MessaggioInviato: Ven 19 Mar 2010 11:30    Oggetto: Senza titolo Cita

Ciao, è troppo divertente, ci provo anch'io

Senza titolo: 2115 battute

Cosa sono venuto a fare fin qui?
Sono una merda, ecco cosa. Se non avessi avuto paura non sarei venuto, se non mi fossi vergognato di quello che ho combinato… senti come scricchiola ‘sto cazzo di aereo militare. C’ho anche paura di volare. Che coglione che sono.
Cosa ci sto a fare con questi qui? Ma guardali, cazzo. Loro sì son bravi ragazzi. Si fregano le mani dall’impazienza. Sono pieni di buoni propositi, puliti, coraggiosi. Se non mi sentissi così verme dubiterei della loro purezza, penserei che c’è sotto qualcosa, qualche frustrazione con mamma e papà. Era così anche per me in fondo. Chissà… c’è sempre sotto qualcosa. Loro poi mi guardano come se sapessero che ho i miei segreti, la mia sporcizia, e che sto solo cercando un tappeto da metterci sopra.
Ma cosa voglio dimostrare? Che non sono uno che truffa il sistema sanitario? Che non ho mai tradito mia moglie? Che i miei figli mi amano? “Guardate papà che bravo, ad aiutare gli haitiani, bambini, donne, anziani, sangue, lacrime e papà là in mezzo sorridente a far del bene”. Ma poi chi mi guarda? Vengo qui per farmi inquadrare? Anche qui? Lo vedi? Non lo perdo il vizietto di voler essere primo, il più desiderato, il più abile… tanto lo so che sono così, sono sempre stato così.
eppoi qui c’è già Pedroni; un primario al campo c’è già; di solito ci vengono i giovani medici rampanti a farsi le ossa in posti come questo, non i vecchi ruderi come me. Che figura di merda.

Dio, ‘sto aggeggio cade o atterra?

Eddai scendiamo, ricuciamo ‘sti haitiani e facciamola finita con questa idiozia. Ma che redenzione sarebbe? Di sofferenti poveri ce n’erano anche sotto casa mia. Potevo curare quelli se ero onesto per davvero, non venire fin qui a fare il padreterno coi negretti.
Ma guarda che roba: poveretti, sono proprio disperati. Vabbè ho capito che soffrono ma ci vengono tutti addosso appena scesi. Ma guarda questa qui… ma cosa vuol darmi…?
“la ringrazio signora ma non lo prendo il suo dono di benvenuto, devo andare all’ospedale da campo… Je vais a l’hopital de la base… ma no…”

Dio santo… sarà morto da tre giorni… sì… tre, quattro mesi al massimo.
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Missi



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MessaggioInviato: Lun 22 Mar 2010 11:31    Oggetto: Cita

2° Versione (vedi commenti)


Haiti 20/01/2010 – caratteri 1960

Eccoci.
– Ragazzi, siamo arrivati, e sapete benissimo perché siamo qui. Stanno rifiutando gli aiuti e quest’azione è necessaria e rimarrà segreta. Un dovere e un onore per la nostra equipe. Ora vediamo di scendere da quest’aereo e di darci una mossa. Controllate se c’è tutto. Medicinali, attrezzature… Forza! Trasportiamo tutto su quel camion.
Che caldo! Questo camion è claustrofobico. Maledizione! Non si vede niente con questo telo! Ma siamo già arrivati? Cristo di un Dio! Siamo in Vietnam! Sembra tutto così irreale!
– Matteo, fammi scendere.
Dio, che tanfo! Ma dove diavolo sono i medici? Là, eccone uno. Mi toccherà scavalcare i feriti per raggiungerlo. Tutta questa gente sdraiata per terra… Eh, hai ragione a urlare tu. La tua ferita è gonfia e imputridita, ma non posso fermarmi ora. Dottore, dottore… come se avessimo la bacchetta magica. Eccolo qui il dottore, così esausto che sembra anche lui un terremotato.
– Sorpresa! Siete contenti spero. E’ lei il capo qui?
Nemmeno mi sente. E adesso? I medici e i volontari non ce la fanno più. Non ci sono servizi igienici e i cadaveri sono in decomposizione. C’è un bel po’ da fare qui. Il rischio di pestilenze è altissimo. E d’accordo, sono un medico e sono un chirurgo, ma non posso limitarmi a questo. Né io né gli altri. E allora? Sono comunque un capo, no? Dovrò essere duro con i miei ragazzi, altrimenti crolleranno come femminucce e… devo farli reagire.
– Hei! Voi! Smettetela di tapparvi il naso e portiamo tutto in quel capannone!
Quell’angolo andrà benone. – Fate spazio e portate fuori i cadaveri. Monteremo qui il macchinario per le amputazioni. Forza voialtri! Buttate via quelle seghe e portate qui tutti i feriti gravi.
Ma che succede? Che intenzioni hanno quei feriti là in fondo? Dov’è la mia pistola? Bang!
Ecco, così. Da bravi. State zitti e tornate ai vostri posti. Comando io qui ora.
Se soltanto la smettessero di frignare…
– Cercheremo di medicarvi tutti. Abbiate pietà per i più bisognosi.

Simonetta Brambilla
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